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Saltuariamente stupidi

Foto di Gianni Boradori

“Sei una stupida!!!” urla Luisa alla sorella minore.

É l’ennesimo litigio, attività che precede e spesso conclude gran parte dei loro giochi.

All’inizio mi crucciavo dei loro continui bisticci, ora ci ho fatto l’abitudine.

E, per non scoraggiarmi e sentirmi un genitore evanescente, ho scovato fior fiore di studi che affermano che questo litigare continuo è di per sé una attività utile e foriera di crescita, perché tutta questa contrattazione, concordare un gioco e poi tentare di portarlo avanti, gli farà sviluppare notevoli soft skills in tal senso. Oppure aprire un banco della frutta al mercato.

Ma non divaghiamo.

Non è questo il punto del mio articolo.

Il punto è che questa volta le ha urlato “Stupida!!!” (i tre punti esclamativi dovrebbero rendere la vocetta stridula, diciamo seconda quasi terza ottava, di mia figlia maggiore quando, nel suo piccolo, si incazza).

Nora, cui tale appellativo era diretto, è venuta da me poco dopo. Non tanto per fare la spia sul comportamento scorretto della sorella (quello era scontato) quanto per domandarmi: “Mamma, ma io sono stupida?”.

“No tesoro, non lo sei!”, ho risposto senza tradire esitazione e senza distogliere gli occhi dal monitor e dal listato che da almeno tre ore mi procurava angoscia.

“Mamma,  che vuol dire stupida?”

“Stupida, beh, stupida…”

Ho cercato una definizione veloce, qualcosa che mi permettesse di dipanare i dubbi della mia bambina senza però perdere di vista quell’elevato a potenza nella riga millequattrocentoventisette che mi faceva dannare dalla mattina.

Ma non ci sono riuscita.

Ho dovuto abbassare lo sguardo e cercare gli occhi di Nora, che penetranti come sempre e come solo lei ha mi fissavano al pari di un felino in attesa del wiscas deluxe con tonno e cardamomo.

Ma nulla, non mi veniva in mente niente, perché di preciso cosa è, o forse sarebbe meglio dire cosa fa una persona stupida io non lo so.

“Stupido è chi lo stupido fa”, diceva Forrest.

 Ho eluso la domanda con qualche frase di circostanza (che non l’ha per nulla convinta), quindi ho chiuso il listato maledetto e aperto al suo posto una pagina web della treccani che alla voce “stupido” recita:

stùpido agg. [dal lat. stupĭdus, der. di stupēre «stupire»]. –

 1. letter. a. Preso da stupore, attonito, sbalordito; che è in una condizione d’incapacità o insensibilità indotta da meraviglia, sorpresa, o da altre cause fisiche o morali:

2. Nell’uso com., che ha, o mostra, scarsissima intelligenza, lentezza e fatica nell’apprendere, ottusità di mente, usato spesso come insulto

Quindi mi sono detta, lasciando perdere per il momento il significato letterale, nell’uso comune stupido non è altro che il contrario di intelligente. E quindi ho diligentemente aperto un’altra pagina della Treccani:

intelligènte agg. [dal lat. intellĭgens –entis, part. pres. di intelligĕre «intendere», comp. di inter «tra» e legĕre «scegliere»]. – 1. a. Dotato d’intelletto e d’intelligenza, che ha facoltà e capacità d’intendere: gli esserile creature i., in genere gli uomini, contrapposti agli animali. In filosofia, principio i., il «soggetto», cioè il principio attivo dell’intendere. 

b. Più com., di persona che ha intelligenza pronta e vivace, che capisce e apprende con facilità, che vede e giudica le cose con chiarezza.

Ho fatto due più due e mi sono detta che quindi uno stupido non è altro che una persona che fatica ad intendere e che non riesce ad apprendere con facilità, e, verrebbe da aggiungere, con rapidità.

Uno stupido è uno un po’ tardo, che ci arriva dopo, che impiega molto tempo per prendere dimestichezza con cose nuove e che ragiona con estrema lentezza.

Messa in questi termini, la stupidità sembra un fato cui tutti, chi più chi meno, siamo destinati.

Perché io per prima, pur essendo ancora giovane (almeno per gli standard di questo anziano paese), mi rendo conto che ho perso parte della vivacità e rapidità di apprendimento che avevo vent’anni fa, quando ero poco più di una ragazzina.

E vedo mia madre e le persone della sua generazione faticare a prendere dimestichezza con i fugaci prodotti dell’innovazione incalzante degli ultimi trent’anni.

Al contrario, le mie figlie di sei e quattro anni sono dei geni, perché apprendono con un’esuberanza che mi lascia sconvolta e invidiosa.

Fortunatamente però le cose non stanno così. E la radice dell’errore sta proprio in quel volersi concentrare sul senso comune del termine stupido e non su quello letterale.

Ma procediamo con ordine.

Carlo Maria Cipolla (1922-2000) dette alle stampe nel 1976 un piccolo saggio destinato a diventare negli anni uno dei suoi libri più citati: “The Basic Laws of Human Stupidity”.

Da economista quale era non si proponeva di indagare le cause della stupidità umana, né di scoprire tecniche per debellarla, semplicemente la presentava come una manifestazione fra le tante dell’essere umano su questa terra, sebbene si tratti della più devastante in termini di effetti collaterali.  

Nel libriccino, che consta di appena sessanta pagine e che invito tutti a leggere, vengono riportate cinque leggi.

Le riporto per dovere di cronaca e lascio al lettore le amare considerazioni che suppongo susciteranno:

1. Sempre e inevitabilmente, ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi che ci sono al mondo

2. La probabilità che una determinata persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della persona stessa

3. Una persona stupida è quella che provoca danni a un’altra persona o gruppo senza ottenere benefici per se o addirittura danneggiando se stessa

4. Le persone non stupide sottovalutano sempre il potenziale nocivo delle persone stupide

5. La persona stupida è la persona più pericolosa che esiste

Fra queste quella che più mi interessa è la definizione di persona stupida nella terza regola, e proprio nel capitolo terzo è riportato un interludio tecnico che la chiarisce.

Cipolla afferma che, indipendentemente dal fatto di essere degli eremiti o delle IT-girls (o IT-Boys), tutti abbiamo un saldo (attivo o passivo) con qualcun altro.

Le nostre azioni, o inazioni, influenzano gli altri in un qualche modo. Ogni nostra azione può procurare un guadagno o una perdita al prossimo e, ovviamente, anche a noi stessi.

Siamo reduci da due anni di pandemia quindi credo che il concetto sia oltremodo chiaro.

Se decidiamo di plottare su un grafico l’effetto delle nostre azioni (o inazioni) in termini di perdita e guadagno, proprio o altrui, otteniamo qualcosa di molto simile a quanto riportato in figura:

Messa in questi termini la definizione di stupidità non ha nulla a che vedere con la rapidità di apprendimento o la capacità di intelligere, quanto con la tendenza a prendere decisioni che comportano danno per sé stessi e gli altri.

È l’azione che può essere stupida o intelligente, non la persona.

Quindi tutti noi possiamo nel corso della nostra vita commettere azioni stupide, l’importante è farlo saltuariamente.

Si viene etichettati come stupidi quando ci comportiamo da stupidi con allarmante frequenza oppure quando le sciocchezze che commettiamo hanno esiti catastrofici (può essere che un ahinoi celebre comandante di nave abbia fatto una sola azione stupida nel corso della sua vita la notte del 13 gennaio di parecchi anni fa, ma credo che verrà considerato stupido per il resto della sua esistenza).

Quindi, in fondo, l’affermazione di Forrest è a suo modo corretta. E Forrest nella favola di Spielberg è tutto fuorché stupido, perché con le proprie azioni giova a se stesso e agli altri.

Certo non si può dire che Forrest sia intelligente. Ma è proprio qui l’errore di etimologia di cui parlavo poco fa.

Giorgio Nardone, psicoterapeuta, nel suo saggio “La stupidità strategica”, riporta la definizione offerta dall’Oxford Language dictionary:

  1. Ottusità indisponente, nel caso di stato persistente.
  2. Momento di sorprendente stupore e meraviglia, quando si tratta di evento episodico.

Questa definizione rispetta molto maggiormente il senso letterale del termine (. letter. a. Preso da stupore, attonito, sbalordito; che è in una condizione d’incapacità o insensibilità indotta da meraviglia, sorpresa, o da altre cause fisiche o morali).

Possiamo quindi definire stupido colui che si irrigidisce nella propria posizione, incapace sia di cambiare le proprie vedute sia di ammorbidirle perché prigioniero dell’incanto del suo persistente stupore.

David Robson d’altro canto dimostra come sia errato opporre l’intelligenza alla stupidità, perché è la saggezza il suo opposto, e non è affatto raro che individui intelligenti perseverino in azioni stupide.

La stupidità è quindi forse più una caratteristica della gioventù che non della vecchiaia, perché è da ragazzi, quando si teme di perdere la propria identità se si rinuncia a un credo, che più difficilmente si ha l’onesta di riconoscere l’errore e smettere di perseverarvi.

Perché ci si comporta da stupidi?

Nessuno ha la risposta, ma ciò che mi preme sottolineare è che essere o meno stupidi non ha nulla a che vedere con il proprio quoziente intellettivo. Si è tanto meno stupidi quanto più si è in grado di mettersi in discussione sempre e coltivare il dubbio, ma per farlo ci vuole una grande stabilità interiore e fiducia in se stessi.

Giorgio Nardone nel suo piccolo saggio cerca di delineare dei pattern ricorrenti di stupidità, ovvero caratteristiche prettamente caratteriali che portano l’individuo a comportarsi in maniera stupida.

Nella stupidità si osserva la tendenza a voler piegare le cose alle proprie visioni, una incapacità di adattamento e flessibilità, l’indisponibilità a correggere i piani che vengono difesi con protervia anche di fronte all’evidenza del loro fallimento.

Delinea poi una serie di profili, fra cui l’incompetente saccente, il presuntuoso snob, il beato ignorante, l’ideologo inamovibile, il fanatico fervente e così via.

Nel leggere i vari profili non sorprendetevi se troverete tratti della vostra personalità, tutti abbiamo qualcosa da spartire con uno di loro, ma il fatto che ve ne accorgiate è un buon sintomo e fa ben sperare.

Se invece nel leggerli la vostra unica reazione è puntare il dito sugli altri, fatevi un’esame di coscienza. E se ne uscite puliti, cosa di cui dubito, nel giudicare gli altri cercate di mostrare un po’ di compassione. È vero, molti di questi profili sono odiosi, ma tutti hanno un loro lato profondamente umano.

Perché la stupidità nasce da lì, dalle nostre fragilità, nessuno al mondo nasce stupido.

Mentre leggevo il libro di Nardone mi è venuta in mente una cara amica di famiglia, che ha avuto un’infanzia terribile e che con una forza di volontà inaudita è riuscita a non affondare nel gorgo in cui la stavano trascinando i suoi genitori. Ora è una donna anziana, e per tutta la vita in qualunque situazione ha applicato la stessa rigidità e severità che pure l’ aveva salvata da bambina, e che ora però l’ ha condannata ad una vecchiaia di solitudine.

Dalla stupidità ci si può curare, ma prima bisogna ammettere di avere un problema, e spesso nemmeno ripetuti fallimenti possono smuovere lo stupido dalla sua posizione.

Cosa ancora più importante, dato che stupidi non si nasce, bisogna educare alla saggezza, che è la cosa più difficile. Dovrebbero essere gli anziani a farlo, chi ha tanta esperienza, ma soprattutto chi di quell’esperienza è riuscito a fare bagaglio, portandone impresso nell’anima i frutti e non solo il segno.

Non è facile. Anzi, è difficilissimo.

Nel mio piccolo, alle mie piccole figlie cerco di insegnare un briciolo di saggezza. E il primo passo è educarle a riconoscere senza paura i propri errori. Senza temere di raddrizzare la rotta a metà strada, o cambiare un’idea che si è rivelata sbagliata. Ma allo stesso tempo devo insegnare loro a perseverare in quell’idea, se davvero la ritengono giusta. È tutta lì la saggezza, sapere quando andare avanti e quando tornare indietro.

L’Italia è una repubblica democratica, il potere appartiene al popolo che lo esprime in maniera diretta e indiretta.

Si dice che sia compito della famiglia, della scuola e della società nel suo insieme formare nuovi cittadini.

Ma poi nel dibattito pubblico il tema ricorrente sono unicamente le competenze, come se l’obiettivo di tutta questa formazione fosse quello di realizzare lavoratori in serie, in maniera analoga a quanto faceva la scuola di stampo otto-novecentesco che doveva preparare la forza lavoro per il nascente settore industriale.

Ma a me pare che così facendo si guardi il dito e non la luna.

L’obiettivo di una società il cui scopo ultimo è la realizzazione dell’individuo nel suo insieme è fare sì che i cittadini siano saggi, non solo competenti, di modo che non nuocciano agli altri e tantomeno a se stessi.

Non so come si ottenga questo tipo di formazione, non sono un’educatrice né una psicoterapeuta.

Ma sono una mamma, e so che quando una delle mie figlie dopo una discussione viene da me e con aria seria ma serena mi dice: Mamma, ci ho pensato, ho sbagliato; ecco, lì mi sembra che hanno raccolto qualche briciola.

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Di madri, streghe e matrigne

Articolo apparso per la prima volta su www.laltrofemminile.it

Foto di Federica Sazzini

“Mamma, ma perché nelle fiabe ci sono sempre le streghe?”

Avevo appena richiuso il libro di fiabe che tenevo fra le mani ed ero sul punto di risponderle, ma mi sono bloccata. Sono rimasta una frazione di secondo con la bocca aperta e poi, senza proferire parole, l’ho richiusa.

Luisa, quasi sei anni, ha continuato a fissarmi con i suoi occhi chiari curiosi, riponendo in me la fiducia totale che a quell’età si riserva ai genitori.

Fiducia mal riposta in quel caso, perché io la risposta non l’avevo.

O meglio, una risposta di acchito gliela avrei data: una lunga e circostanziata spiegazione su come la visione della donna sia da sempre afflitta da una misoginia antica e odiosa che ci riserva il ruolo di strega e (quasi) mai quello di eroina.

Perché dalla notte dei tempi siamo la matrigna cattiva che tenta di uccidere la figliastra, la strega che adesca bambini innocenti con la sua casa di pan di zenzero per poi cuocerli nel forno, madre Goethel che chiude la figlia rubata in una torre altissima senza scale né porta, le sorellastre odiose che disprezzano e molestano la povera e buona cenerentola.

E potrei continuare così, perché la figura della madre crudele, della matrigna vendicativa, della strega feroce è presente nella maggioranza delle storie della tradizione orale di quasi tutte le culture del mondo.

È innegabilmente il frutto di una cultura patriarcale dominante, che teme le donne potenti e le etichetta come streghe. “Tremate, tremate, le streghe son tornate” era non a caso uno degli slogan più gridato nelle piazze delle rivendicazioni femministe degli anni ‘70.

Ma allora, se la risposta che avevo era così chiara, perché mi sono bloccata?

Perché qualcosa dentro di me mi ha detto fermati, aspetta, rifletti. A chi stai dando questa risposta? Ad una donna che deve aprire gli occhi sulla propria emancipazione o a una bambina, che pur accorgendosi delle differenze fra maschi e femmine non le vive come una trappola sociale?

Luisa è la mia prima figlia e quando ha iniziato ad amare le storie mi sono posta il problema di quali raccontarle, con  quali parole e con quale morale.

Non leggevo fiabe dai tempi della mia infanzia e quando, dopo vent’anni, me le sono ritrovate tra le dita non sapevo più come maneggiarle.

Cosa erano tutti quegli assurdi racconti, illogici, strampalati e crudeli?

Mentre le leggevo mi dicevo che no, non andavano affatto bene. Avrebbero traviato la mia bambina, perché non era quello il modello femminile che volevo trasmetterle. Che senso aveva parlare di principi, principesse, castelli e fate ad una bambina nata nel 2016?

E così un po’ le storie le modificavo, un po’ cercavo di proporgliene altre.

L’offerta della letteratura per l’infanzia è quanto mai ricca e ci sono molti autori che hanno saputo inventare un nuovo modo di raccontare favole, creando storie delicate, affettuose e positive.

Eric Carl, Maurice Sendak, Julia Donaldson, Leo Lionni, solo per citarne alcuni, hanno scritto albi illustrati che sono diventati nuovi classici.

Mi sono gettata a capofitto in queste storie, chiudendo in un cassetto tutte quelle assurde fiabe della mia infanzia. Però poi qualcosa è cambiato.

Due anni fa, nell’estate del 2020, mi trovavo nella mia casa sull’appennino con le mie due bambine e un terzo di appena qualche settimana nella pancia. Eravamo partiti in fretta e furia, stremati dal lungo lockdown trascorso chiusi fra le quattro mura di un appartamento senza giardino. Mi ero portata dietro qualche albo illustrato, ma la sera mi sentivo molto stanca e, afflitta com’ero dalla nausea e dal mal di testa, desideravo solo ritrovarmi stesa sul letto al buio.

E così, nel silenzio delle notti estive scandito dal latrare dei cani da caccia, ho chiesto alle mie bambine se, invece di leggere un libro, potesse andare bene ascoltare una storia al buio.

Inizialmente non ne sono state entusiaste, ma poi, piano piano, si sono abituate alla novità. Ho domandato loro quale storia volessero ascoltare.

“Cenerentola”, ha risposto prontamente la più grande.

E così mi sono messa a raccontare la fiaba.

Inizialmente cercavo di modificare la narrazione, di renderla più moderna, di dire loro che alla festa il principe e Cenerentola non avevano solo ballato ma avevano anche molto conversato, e che quando poi, dopo la rivelazione della scarpetta perfettamente calzata, la piccola orfana era arrivata a palazzo si era presa del tempo per decidere se sposare o meno il bel principone.

Le bambine mi ascoltavano, ma quando provavo a dilungarmi in queste precisazioni mi interrompevano, come a dire mamma, vai al sodo.

Stessa storia per Biancaneve. “Non è che la principessa sputa la mela, apre gli occhi e subito se lo sposa!” dicevo io, ma loro prontamente mi rispondevano: “ma sì mamma, è così. Lui l’ha salvata!”

E Cappuccetto? Ora, vi pare possibile che una bambina non si renda conto che quel coso peloso, con gli occhi gialli e delle zanne bavose forse non è la sua nonnina cara?

Per non parlare di Raperonzolo! Quel genio di ragazza potrebbe tagliarsi i capelli e fuggire subito col suo bel principe, e invece no, la vanesia preferisce farsi portare un filo di seta ogni sera e poi, per somma cretineria, le scappa detto proprio a madre Goethel che, sì, in effetti, lei è parecchio più pesante da tirare su del suo amato.

E Bella, che nel panorama desolante delle principesse sembra essere quella più assennata, non è che poi sia così sveglia. Lasciamo perdere la fiaba Disney e prendiamo quella di Perrault. Bella non ha alcun motivo di andare nel castello di Bestia ma decide, per non infrangere la parola data da quel pusillanime del padre, di sacrificarsi ad un destino ingrato.

Potrei andare avanti nel mio lungo elenco, ma temo di diventare tediosa. Piuttosto, se è tanto tempo che non prendete in mano un libro di fiabe, fatelo. Che siano quelle dei fratelli Grimm, di Perrault, di Gianbattista Basile: tutte ripropongo archetipi simili e fanciulle che vanno incontro a destini molto simili fra loro.

E così nel corso del mese trascorso sui monti, ho lasciato perdere tutte le mie velleità razionali e edificant, raccontando le storie così come le avevano raccontate a me, a volte arricchendo o togliendo dettagli, ma seguendo in questo caso come unica guida l’interesse genuino che suscitavano. 

Ciò che mi sbalordiva è che a loro quelle storie piacevano, e tutti quei passaggi che a me parevano illogici o eccessivamente crudeli o dannatamente ingenui, in loro creavano meraviglia.

Quando siamo tornati a casa a Firenze, a settembre, ho ricevuto la visita di mia zia. È la sorella di mia madre, più giovane di lei di dieci anni e i suoi figli sono nati quando io ero ormai una ragazza. A loro avevo regalato i miei libri di fiabe, e quel giorno di settembre mia zia aveva deciso di restituirmeli.

Li ricordavo tutti distintamente, come se li avessi avuti fra le mani qualche minuto prima.

Fra questi uno in particolare colpì la mia attenzione. Non era un volume di pregevole fattura, ma ne serbavo nella memoria ogni singola illustrazione. E cosa più importante, ricordavo la sensazione che leggere quelle fiabe mi aveva dato tanti anni prima. Il senso di sogno, magia, viaggio fantastico che leggere quelle storie riusciva a trasmettermi. A quel tempo non le trovavo assurde o irrazionali, erano esattamente come dovevano essere.

Se allora tutto era semplice, perché non lo era più? Cosa avevo perso per strada in tutti quegli anni, cos’era quel quid che le mie figlie vedevano così bene e che invece a me ora sfuggiva?

Un testo, peraltro molto noto, mi è venuto in soccorso.

Bruno Bettlelheim in “Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe” cerca di dare un’interpretazione psicoanalitica delle fiabe.

Mi sono avvicinata a questa lettura con curiosità e scetticismo. Bettleheim è una figura controversa nel mondo della psicoanalisi. Considerato in vita un erede della psicoanalisi viennese, un allievo degli allievi di Freud, dopo la sua morte è stato duramente criticato da chi non apprezzava i suoi metodi terapeutici e da chi quei metodi li aveva subiti; nonostante questo, i suoi testi godono ancora di un’ottima fama e fra questi il più celebre è appunto “Il mondo incantato”.

Le fiabe, secondo Bettelheim, catturano l’attenzione dei bambini, li divertono, suscitano il loro interesse e stimolano la loro attenzione; è questo dunque il migliore mezzo che hanno gli educatori per comunicare con loro, per trasmettere loro dei messaggi positivi.

Leggendo il testo, per la verità spesso ripetitivo, ho trovato alcune risposte alle domande che mi frullavano in testa.

Per prima cosa ho scoperto che la fiaba non deve spiegare nulla. La fiaba è allusiva, la fiaba insegna parlando all’inconscio, all’irrazionale, alla parte di noi che è fuori dal nostro controllo razionale. È stata per me una delle cose più difficili da comprendere.

Nella mia quotidianità, nei momenti di difficoltà, nelle sfide di ogni giorno io cerco di spiegarmi le cose razionalmente, di dargli un capo e una coda, di trovargli una logica. È il mio approccio ai problemi.

Ma un bambino non è un adulto. I bambini spesso non sanno cosa succede loro, non riescono a spiegarselo, e questo gli provoca angoscia. E cercare di tranquillizzarli parlando alla loro parte razionale serve a poco, o forse a nulla.

Il bambino come tutti noi si trova ogni momento in un marasma di sentimenti contraddittori. Ma mentre gli adulti hanno imparato a integrarli, il bambino è sopraffatto da queste ambivalenze interiori. Egli percepisce il miscuglio di amore e di odio, desiderio e paura che ha dentro di sé come un incomprensibile caos. Non è capace di sentirsi nello stesso momento buono e ubbidiente ma anche cattivo e ribelle, eppure è così. Non può comprendere le gradazioni e le sfumature, per lui le cose sono completamente chiare o completamente scure. Una persona è tutta coraggio o tutta paura, la più felice o la più disgraziata, bellissima o bruttissima, intelligentissima o ebete. Prova amore o odio, mai un sentimento intermedio.

È così che la fiaba descrive il mondo: i personaggi sono incarnazioni della ferocia oppure la bontà e la generosità in persona. I pensieri di un bambino piccolo non si susseguono con ordine, a differenze di quelli di un adulto, le fantasticherie del bimbo sono i suoi stessi pensieri. Offrire a un bambino il pensiero razionale come strumento principale per distinguere i propri sentimenti avrebbe l’unico effetto di confonderlo.

Ascoltando le fiabe il bambino vive i suoi stessi conflitti interiori.

Il primo e più importante conflitto è quello con i propri genitori. Con il padre e, ancora più doloroso, con la propria madre.

Ricordo che da bambina avevo un rapporto molto stretto con quella che all’epoca era la mia unica cugina, di appena dieci mesi più piccola di me. Viveva in un altro paese e ci frequentavamo solo durante le pause scolastiche, ma per me era la sorella che non avevo avuto. Volevo molto bene a mio zio, il fratello di mia madre, mentre mia zia, che pure era una donna affettuosa e amorevole con sua figlia, mi incuteva soggezione. Ricordo che nei miei sogni ad occhi aperti me la raffiguravo come una sorta di matrigna crudele e cattiva, e fantasticavo di rapire la mia cuginetta per sottrarla al suo, a mio parere, terribile dominio. Ovviamente mia cugina amava moltissimo sua madre e mai sarebbe fuggita con me. Ma è stato solo leggendo il libro di Bettleheim che ho capito come in realtà io stessi proiettando su un’altra figura materna tutto l’astio, il rancore e l’odio che talvolta provavo nei confronti di mia madre.

Provare questi sentimenti per mia madre mi avrebbe fatto orrore, e allora li giravo all’indirizzo della malcapitata zia.

È stato questo a farmi pensare con occhi nuovi a tutte le matrigne e streghe dei racconti.

E se in fondo l’origine di tutto fosse proprio l’odio che a volte ci travolge contro chi ci ha messo al mondo?

In alcune versioni di Biancaneve è proprio la madre, e non la matrigna, a ordinare al cacciatore di uccidere la figlia e portarle il cuore. Una versione estrema che ha lasciato il posto a quella più celebre in cui l’antagonista non è la madre biologica. Ma sempre madre è.

Anche in Raperonzolo troviamo una strega che fa da madre a una neonata sottratta ai genitori. Non è una madre crudele, nella versione dei fratelli Grimm si dice chiaramente che “non fa mancare nulla alla bambina”, e che decide di chiuderla nella torre solo quando teme di essere abbandonata. Raperonzolo non può accettare di restare imprigionata, deve crescere, liberarsi, scappare. Ma è il senso di colpa a tradirla, quando confessa involontariamente a madre Goethel il suo progetto di fuga.

Cenerentola è vessata dalla matrigna, che è invidiosa del suo animo gentile e amorevole, ed è maltrattata anche dalla sorelle. Non sa difendersi, subisce e basta.

Perché mai, mi dicevo fra me e me, le mie figlie non si indignano, perché non si ribellano?

I primi tempi, quando ancora cercavo di modificare le fiabe, puntavo il dito contro le sorellastre, sottolineavo la loro pigrizia, la loro nullafacenza paragonata alla mite industriosità di Cenerentola. Devo avere talmente calcato la mano che Luisa, che all’epoca aveva tre anni, tornando a casa un giorno e trovando il letto sfatto aveva esordito apostrofando il padre (perché era in effetti lui il responsabile di tutto quel disordine): “Babbo, sei proprio una sorellastra!”

Mi sono poi resa conto che molte fiabe tradizionali sono imperniate intorno alla figura di un bambino “tardo” che il resto della famiglia tiene in scarsa considerazione. Il fatto che sia dichiarato stupido viene presentato come un fatto della vita in sé, che non desta particolare preoccupazione. I bambini tendono a identificarsi con lui molto prima che si riveli superiore a coloro che lo disprezzano, cosa che poi puntualmente accade.

Perché succede questo? Perché questi personaggi riscuotono maggiore successo delle storie che parlano di eroine forti ed emancipate?*1

La risposta che dà Bettleheim, e che non posso fare a meno di condividere, è che una bambina (o un bambino) per quanto possa essere intelligente, si sente stupido e inadeguato quando si trova di fronte alla complessità del mondo che lo circonda. Chiunque sembra saperla tanto più lunga di lui ed essere tanto più capace.

Ricordo una sera in cui mia figlia Luisa, stesa nel suo letto qualche minuto prima di lasciarsi andare ad un sonno ristoratore, era scoppiata in un pianto a dirotto. Sorpresa, tentai di consolarla, di capire le ragioni di quello scoppio improvviso. La causa era probabilmente la stanchezza,  ma le ragioni erano più profonde. A singhiozzi, con gli occhi rossi e la voce rotta aveva prorotto con: “Mamma io non voglio che tu muori”. E lì, a parte fare i dovuti scongiuri, mi ero intenerita per cotanto amore filiale. Subito dopo però aveva proseguito: “Mamma, io non so cucinare. Come faccio se muori? Non so nemmeno accendere il forno, non so quale è il bottone”. Ora, lì per lì mi sarebbe venuto da ridere, ma mia figlia era seriamente disperata, per cui l’ho consolata promettendole che l’indomani le avrei spiegato come funzionava il forno. Fortunatamente la mattina seguente aveva dimenticato tutto.*2

Questo per dire che i bambini sanno che senza i loro genitori sono fritti.  Per questo un’altra storia celeberrima, quella di Hansel e Gretel, riscuote così tanto successo: perché scava nella paura profonda e terribile dell’abbandono. E anche in questa fiaba, guarda caso, l’artefice dell’abbandono, colei che insiste affinché i bambini vengano portati e lasciati nel bosco, è proprio la madre (o la matrigna, nelle versioni più edulcorate). Madre o matrigna, che però ha il buon gusto di essere già morta (giusta punizione divina) quando i bambini dopo tante peripezie fanno finalmente ritorno a casa.

L’idea di trovarsi soli di notte in un bosco incute un genuino terrore nei bambini. Ricordo distintamente la paura che io provavo quando ancora bambina osservavo la scena della Biancaneve disneyana che si perde nel bosco e che, nella sua fuga disperata, percepisce tutto ciò che la circonda come minaccia, i tronchi trascinati dal ruscello diventano coccodrilli dalle fauci spalancate, i rami degli alberi mani ossute che la afferrano, gli occhi degli animali lo sguardo feroce di mostri assassini. Povera Biancaneve, quando si accascia piangente nella radura ha tutta la nostra compassione. D’altronde anche lei, come Cenerentola, è una povera ragazzina maltrattata e voluta morta da una matrigna ossessionata dalla propria bellezza. Ma è proprio la fragilità di Biancaneve che fa sì che il bambino vi si identifichi, perché è la sua stessa fragilità. Al contempo però è molto affascinato dalla matrigna.

La regina Grimilde era stata inizialmente pensata nel film di animazione del 1937 come una figura grassa, brutta, cartoonesca e compiaciuta di sé.

Fortunatamente Walt Disney rifiutò l’idea e sviluppò piuttosto la regina come un mix di Lady Macbeth e il Lupo Cattivo, chiedendo che fosse “una donna maestosa dal collo alto”. Non è un caso se i tratti del viso di Grimilde sono ispirati a quelli di Joan Crawford, che, per inciso, aveva raggiunto il successo interpretando negli anni ‘30 e ‘40 una nuova generazione di giovani donne americane ambiziose, autonome e determinate. In effetti è proprio la carismatica regina a rubare la scena quando si mette davanti allo specchio  e gli si rivolge dicendo: “Specchio, servo delle mie brame”. E, come nota la mia seconda figlia, ha un rossetto bellissimo.

Proprio sulla fiaba di Biancaneve, Maria Tatar, un’accademica statunitense esperta in letteratura per bambini  e folklore, ha incentrato il suo ultimo libro: “La più bella del reame. Biancaneve e altre 21 storie di madri e figlie”.

Questa fiaba è un topos ricorrente e presente in quasi tutto il mondo. Maria Tatar ne raccoglie 21 versioni, dalla prima, la più celebre, quella dei Fratelli Grimm, a quella napoletana “La schiavetta” di Gianbattista Basile o ancora a quella giapponese “Lo specchio di Matsuyama”.

Il dramma di Biancaneve è un dramma familiare, perché nelle fiabe le famiglie infelici si assomigliano un po’ tutte.

Fratelli e sorelle sono spesso rivali, i genitori nel migliore dei casi sono egoisti e nel peggiore mostri assetati di sangue. La sventura che perseguita l’eroina spesso nasce da una disgrazia, come la madre di Biancaneve che muore di parto o, secondo le versioni, quando la figlioletta ha pochi anni, oppure può essere causata da una fata indispettita che pronuncia un maleficio, o ancora da genitori incapaci di tenere a freno le loro voglie (il desiderio di un ortaggio, come in Raperonzolo, o la smania di avere un figlio anzitempo) e che suscitano l’ira di una strega. Molto più frequentemente però sono proprio i genitori a causare la sventura dei figli. Perché mai?

In una cultura come la nostra che idealizza il rapporto genitori-figli, e in special modo madre-figlio, che senso ha raccontare fiabe di famiglie così orribili? E perché le mie figlie (che spero mi vedano non così cattiva come la matrigna di Biancaneve) ne sono tanto affascinate? Perché lo ero io come lo sono loro adesso quando non avevo ancora raggiunto la pubertà?

Se diamo retta all’ interpretazione di Bettleheim la ragione intima è che queste storie raccontano del processo di progressiva emancipazione del bambino dalla figura genitoriale.

A titolo di esempio riporta una fiaba, “I tre linguaggi”, in cui un padre, insoddisfatto del figlio che reputa stupido, lo spedisce da un famoso maestro affinché impari qualcosa di utile. La prima volta che rientra a casa il figlio ha imparato “quello che dicono i cani quando abbaiano”. Infuriato, il padre lo spedisce da un secondo maestro, ma anche qui tutto quello che il figlio apprende è “quello che dicono gli uccelli”. Ancora più incollerito, il padre lo manda dall’ultimo maestro, ma quando il figlio ritorna tutto quello che ha appreso è “quello che le rane gracidano”. Furibondo, il padre lo caccia di casa e ordina ai servitori di portarlo nel bosco e sopprimerlo. Ma i servi hanno pietà del ragazzo e lo lasciano libero. Il ragazzo inizia la sua peregrinazione nel mondo, dove mette a frutto ciò che ha imparato fino ad arrivare a Roma, dove con l’aiuto di due colombe sale al soglio pontificio. In questa fiaba è facile vedere come l’ira del genitore non sia dovuta al fatto che il figlio lo superi in bellezza, come accade in Biancaneve, ma perché non apprende ciò che secondo lui è meritevole di venire imparato. Il figlio sceglie un percorso di crescita diverso da quello che vorrebbe il padre e incappa nella sua ira. Quando viene portato nel bosco però i servitori, come il cacciatore di Biancaneve, non hanno cuore di ucciderlo e lo lasciano libero, questo perché, fa ancora notare Bettleheim, il conflitto del ragazzo non è con il mondo adulto (anzi, sono proprio i tre maestri a insegnare al ragazzo il linguaggio degli animali) ma con i genitori, esattamente come accade in adolescenza. Il ragazzo deve emanciparsi dall’autorità paterna e trovare la propria strada, che lo porterà, come nel caso di questa fiaba, alla più alta realizzazione simboleggiata dal soglio pontificio. Nel caso di Biancaneve invece la più alta realizzazione è il matrimonio con il bel principe, ma d’altronde sarebbe stato assai improbabile trovare un finale diverso, dato che le fiabe della tradizione orale sono frutto di lunghi secoli di patriarcato.

Le mie figlie non storcono la bocca di fronte a questo finale, non se ne sentono svilite come invece mi sento io, ma è anche vero che a differenza loro io sono una donna ormai adulta che sente sulle spalle l’eredità pesante di quel modello sociale.

Per loro è un finale felice, nulla di più. Penso che quando verrà il momento racconterò loro storie di donne che hanno plasmato il loro destino in barba ai condizionamenti, ma questa è un’altra storia, e non è una fiaba.

E il finale lieto, che non è scontato nella vita vera, è assolutamente imprescindibile nelle fiabe. Il bambino attraverso questa narrazione si crea la sua visione del mondo, del proprio percorso di crescita, e deve credere che tutto finirà bene e andrà per il meglio.

Il tanto vituperato “e vissero felici e contenti” che tal volta viene usato per disprezzare i prodotti commerciali della Disney non è affatto una loro invenzione, non è buonismo, non è un mieloso “vogliamoci bene”. C’è perché se non ci fosse non sarebbe una fiaba e ai bambini non potrebbe piacere.

Però, c’è un però.

Il finale lieto è solo per i protagonisti della fiaba, per l’eroina e l’eroe.

Gli antagonisti, i cattivi, fanno una brutta fine. E i bambini non provano pietà per loro, anzi, a loro  sembra giusto e naturale.

La strega disneyana di Biancaneve muore schiacciata travolta da un masso mentre tenta di seminare i sette nani, quella tramandata dai fratelli Grimm invece viene invece invitata al matrimonio di Biancaneve e costretta a ballare per tutta la notte con indosso delle scarpe di metallo arroventato fino a che crolla a terra morta stecchita.

Che dire, un horror ante litteram.

In questo finale felice, anche se non per tutti, le fiabe sono molto diverse dalle favole.

A casa ho un libro con le favole di Esopo, e devo dire che anche queste riscuotono un discreto successo, sebbene non quanto le fiabe.

La ragione?  Le favole hanno il brutto vizio di insegnare e spiegare. E, cosa ancora più brutta, non hanno il lieto fine. Prendiamo la cicala e la formica. La cicala dopo avere cantato per tutta l’estate bussa alla porta delle operose formiche. Ma queste, con cuore di pietra, le rispondono che non hanno grano da darle, e che, visto che ha tanto tanto cantato, che ora balli.

Ecco, il bambino capisce che la cicala non si è comportata bene, che non ha fatto come la previdente formica, ma non può certo identificarsi in lei.

Al contrario, il bambino si identifica nei tre porcellini, e poco importa che i primi due finiscano nelle fauci del lupo. Il terzo si salva e mette in fuga il pericoloso predatore dopo avergli sbruciacchiato coda e deretano.

È come se i tre porcellini rappresentassero tre diversi stadi di crescita del bambino, dal più giovane, che non si preoccupa in alcun modo del futuro e delle conseguenze delle proprie azioni, al più anziano e saggio, che invece riesce a prevedere e evitare i pericoli. La concezione della giustizia del bambino è offesa dal fatto che la povera cicala debba morire di fame, mentre il suo senso di onestà è soddisfatto della punizione del lupo.

È altresì soddisfatto della morte della matrigna di Biancaneve, dell’uccisione del lupo di Cappuccetto, della cameriera della Guardiana delle Oche gettata nel fango insieme ai maiali, della fine della strega di Hansel e Gretel bruciata viva nel forno nonché della morte della loro madre. Era stata lei ad insistere per abbandonarli nel bosco e i bambini non ne provano certo nostalgia.

Nelle fiabe le madri che vengono rimpiante il più delle volte sono quelle morte di parto o alle quali viene sottratto il figlio a causa di un accordo scellerato. Le altre, quelle che restano, sono spesso crudeli e vendicative.

Se guardiamo la cosa dall’angolazione di Bettleheim (maschio bianco nato in Austria nel 1903) scopriamo che il suo è il punto di vista del figlio, del bambino che ascolta la fiaba, e quindi, come più volte sottolinea, queste figure crudeli sono un modo per affrontare sentimenti di astio e odio che i figli provano nei confronti delle madri.

Ma se accettiamo quella di Bettleheim come l’unica prospettiva perdiamo di vista chi c’è dall’altra parte, ovvero chi racconta le fiabe.
Non dimentichiamoci che le fiabe che noi oggi conosciamo nella loro versione scritta si possono tutte ricondurre alla tradizione orale. Dovevano essere ricche di melodramma e mistero perché il loro scopo principale era far passare il tempo e alleggerire il ciclo delle incombenze domestiche. Queste fiabe possedevano una forza narrativa e una magia verbale tali da produrre piacere in chi ascoltava ma anche in chi raccontava, in un’epoca in cui la vita era spesso breve, dura e brutale, ma anche monotona  e scialba. E spesso raccontavano l’indicibile, che non era solo il sentimento di odio di un figlio o una figlia nei confronti di una madre ma, cosa assai più scandalosa, dell’odio di una madre nei confronti della propria prole.

Sebbene mettere in discussione l’amore materno sia qualcosa che incute terrore, perché l’idea di non essere amati nemmeno dalla propria madre è un boccone amaro da mandare giù, spesso è proprio quello che fanno le fiabe.

La maternità implica da sempre non solo la capacità biologica di dare la vita, ma anche l’attività sociale della genitorialità empatica e compassionevole (perché non basta capire cosa l’altro prova, ma anche provare pietà quando si è di fronte alla sua sofferenza).

E le madri delle fiabe, gelose, avide, impazienti e crudeli, mettono in crisi questo modello.

Adrienne Rich, poetessa a femminista statunitense, ebbe un enorme coraggio nel parlare della “squisita sofferenza dell’essere madre”.

È la sofferenza dell’ambivalenza, “quell’alternarsi micidiale tra l’aspro risentimento e i nervi tesi da un lato, e la beata gratificazione e la tenerezza dall’altro”.

Perché, anche se non si ha avuta la sventura di capitare in una famiglia profondamente disfunzionale, non per questo noi figli e figlie non abbiamo profondamente odiato i nostri genitori. E, udite udite, anche le nostre madri lo hanno fatto. Per rapidi istanti, nel migliore dei casi, o per intere epoche della nostra esistenza, negli altri.

Cara Luisa, non so perché nelle fiabe ci siano sempre le streghe, o le matrigne e le fate crudeli.

Quello che so è che a volte io stessa mi immedesimo nei genitori di Hansel e Gretel e nella loro scellerata idea di abbandonarti nel bosco.

E altre volte, quando nello specchio vedo la mia immagine sfiorita e il mio corpo rovinato dallo scorrere inesorabile del tempo e delle gravidanze, ti fisso e vedo la tua pelle liscia, gli occhi entusiasti e tutta la vita davanti che ancora ti aspetta. E io mi sento Grimilde, invidiosa di ciò che tu hai e io ho non più, e vorrei farti sparire. E quando ti immagino ormai adolescente, pronta ad abbandonarmi e a spiccare il volo nel vasto mondo, vorrei fare come madre Goethel e chiuderti in una torre altissima.

Sono attimi, e fanno parte di me, così come l’amore immenso che provo per te.

*1 Nota dell’autrice: in libreria giace abbandonato “Storie della buonanotte per bambine ribelli”. Ma so che prima o poi arriverà l’età in cui lo apprezzeranno.

2* La mia seconda figlia, Nora, 4 anni il prossimo agosto, ha un diverso approccio all’esistenza. Quando pensa alla futura morte di sua madre (ma anche di un qualunque altro membro femminile della sua famiglia) la sua unica preoccupazione è: <<Ma quando muori me li lasci gli anelli e le collane?>>

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Le Leggi delle Donne

Quando Vittoria Comellini, la curatrice del museo della civiltà contadina e piccolo museo dell’emigrante di Piamaggio, mi ha scritto per propormi di presentare il mio romanzo mi sono sentita al contempo onorata e in profonda difficoltà.

La mia presentazione si inseriva all’interno del ciclo di incontri ideato in occasione della mostra “Le leggi delle donne”, ovvero quelle leggi che hanno cambiato la vita delle donne in Italia.

La domanda spontanea che mi sono posta è stata: quale attinenza ha mai il mio romanzo con le leggi che hanno rivoluzionato la realtà femminile nel nostro paese?

Quando ne ho parlato con mia madre lei mi ha guardato con un’espressione dubbiosa e molto candidamente mi ha detto che il mio è un romanzo intimo che scava nei sentimenti e che non parla né di rivendicazioni femministe né tantomeno di lotte politiche.

Come darle torto?

“La canzone più bella” ha per protagonista una giovane donna che deve affrontare la perdita improvvisa della madre. Si trova così a dover fare i conti non solo con il lutto ma anche con domande lasciate in sospeso che si fanno sentire in tutta la loro urgenza quando chi potrebbe risponderci non c’è più.

Non ho potuto fare altro che convenire con lei e così per giorni e giorni, nei brevi momenti di pace regalati dal sonno dei miei bambini, mi sono interrogata su quale contributo avrei potuto portare in occasione della mia presentazione.

Poi una sera, mentre dalla finestra della mia casa in montagna rimiravo la vecchia chiesa di Castel dell’Alpi illuminata, tutto mi è stato chiaro.

È in questo piccolo borgo dell’Appennino che affondano le mie radici. Entrambi i miei nonni materni sono nati qui ed è stato solo il caso a portarli a Firenze, dove io sono nata più di trent’anni dopo. Se la protagonista del mio romanzo si chiama Olimpia lo deve proprio alla madre di mio nonno, la mia bisnonna Olimpia Sazzini.

Non ho fatto in tempo a conoscerla, è morta nel 1972, ma compare spesso nei racconti di mia madre. Me la descrive come una donna forte e solare, energica e combattiva. Non aveva avuto una vita semplice. Si era sposata a poco più di diciotto anni perché era rimasta incinta, come raccontava per sua stessa ammissione e senza troppa vergogna. Da quel matrimonio nacquero quattro figli in meno di dieci anni, ma un destino infame glieli portò via tutti, due morirono per una banale broncopolmonite mentre altri due furono uccisi dall’influenza Spagnola, che si accaniva particolarmente sui bambini e le donne gravide.

Quando si ritrovò senza figli era ancora una donna giovane, poco più di trent’anni, ma forse per il grande dispiacere nonostante i tentativi non riusciva a restare nuovamente incinta. Così, a malincuore, si risolse ad andare all’orfanotrofio e ad adottare un bambino. Non era un’adozione come la intendiamo oggi, il bambino mantenne il suo cognome e al momento della morte dei genitori non ereditò nulla. All’epoca l’adozione era pensata per dare due piccole braccia per lavorare a chi ne faceva richiesta, dell’interesse del bambino nessuno si curava. 

Se ne tornarono a casa con il piccolo Luciano, ma poi, nel 1923, inaspettatamente nacque mio nonno Antonio e poi, nel 1928, Natalina, la zia di mia mamma. Olimpia era nata nel 1888 e aveva quarant’anni, un’età avanzata, e rischiosa, a cui avere un figlio.

Il parto andò bene, sebbene il giorno in cui Natalina venne al mondo, intorno al 25 dicembre, faceva così freddo che gelò il pane in casa.

In vent’anni Olimpia aveva avuto sei figli, oltre ad aver ovviamente partorito i propri aveva aiutato molte altre donne del paese a dare alla luce i loro bambini. Pur senza alcun titolo era de facto la levatrice del paese.

Il marito, il mio bisnonno Domenico, era un uomo buono e tranquillo che la lasciava libera di seguire la propria natura, decisamente più volitiva della sua. È errato supporre che Olimpia si sia dedicata unicamente alla cura e crescita dei propri figli, tuttavia è innegabile che siano stati il perno intorno al quale è ruotata tutta la sua esistenza. Per una donna come lei nata nel 1888 in Italia in una realtà rurale le uniche strade percorribili erano il matrimonio e la maternità. In realtà un’alternativa c’era, ed era entrare in convento. Presentava indubbi vantaggi, ma non tutte vi erano portate, e di sicuro non la mia bisnonna.

Nel caso invece della protagonista del mio libro questo aut aut è quanto di più lontano dalla sua realtà. La mia Olimpia nasce nel 1979 al di fuori del matrimonio. Viene cresciuta dalla madre Ornella, che sceglie di non interrompere la gravidanza nonostante il padre si rifiuti di riconoscere la bambina. Ornella lavora e, pur con molti sacrifici, può provvedere autonomamente sia ai propri bisogni che a quelli della figlia. Olimpia cresce così in una famiglia senza uomini, si diploma con il massimo dei voti, si laurea in Informatica e trova un buon lavoro. Ha una storia d’amore importante ma alla fine sceglie di chiuderla, non vuole sposarsi e non ha figli. Vive sola, e prima ancora che una donna è una persona, e tutto sommato, è una persona realizzata.

Dal 1888, anno di nascita della mia bisnonna, al 1979, anno di nascita della Olimpia del mio romanzo, trascorrono appena 91 anni. Eppure niente della vita di questa giovane donna sarebbe stato possibile senza le lotte femministe dell’ultimo secolo.

Nel 1848 a Seneca Falls nello stato di New York si teneva la “Convenzione per i diritti delle donne”. In quell’occasione Elizabeth Cady Stanton, figura guida dei primi movimenti femministi nonché abolizionista, elencò le ingiustizie imposte dall’uomo alla donna:

1)Non le ha mai permesso di esercitare il suo diritto inalienabile di prendere parte alle elezioni con il voto

2)L’ha posta, se sposata, in una condizione di morte civile

3) Ha concepito leggi sul divorzio in modo tale da non tenere in nessun conto la felicità della donna

4) Ha monopolizzato quasi tutti i lavori remunerativi

5)Le ha negato ogni possibilità di avere un’istruzione completa

6)Ha creato un sentimento pubblico ipocrita stabilendo nel mondo un codice morale diverso per gli uomini e per le donne

Era il 1848. Che cosa è cambiato? Molto, moltissimo, ma non tutto.

La mia bisnonna Olimpia è morta nel 1972 e solo nell’ultima parte della sua vita ha assistito ad una grande e impetuosa ondata di cambiamento.

Le donne italiane votarono per la prima volta in una consultazione politica il 2 giugno 1946 per il referendum istituzionale fra Monarchia e Repubblica e per l’elezione dell’Assemblea costituente. La percentuale delle partecipanti al voto fu altissima. Tra il 2 giugno e la mattina del 3 quasi 25 milioni di italiani, pari all’89% degli aventi diritto di voto, si recarono alle urne. Quasi 13 milioni dei votanti erano donne. Come scrisse Tina Anselmi, che nel 1976 divenne la prima ministra donna d’Italia, «le italiane, fin dalle prime elezioni, parteciparono in numero maggiore degli uomini, spazzando via le tante paure di chi temeva che fosse rischioso dare a noi il diritto di voto perché non eravamo sufficientemente emancipate.  ».

Furono elette 21 donne su 556 componenti dell’assemblea. Il 3,7%. Fu comunque un risultato epocale, perché per la prima volta una piccola compagine femminile entrava a fare parte dell’istituzione rappresentativa del popolo italiano. Il loro contributo fu importantissimo. La nostra attuale costituzione a molti anni di distanza è per quanto riguarda la questione femminile una delle più avanzate e complete. Norma fondamentale è l’articolo 3 che recita:

Tutti i cittadini hanno pari dignità e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

In teoria sarebbe bastato quest’unico articolo affinché tutte le ingiustizie che elencava la Stanton nel 1848 venissero cancellate con un colpo di spugna. Purtroppo non è andata così, c’è stato bisogno di altri quarant’anni di lotte per fare sì che la vita dell’Olimpia del mio romanzo potesse appoggiarsi su basi diverse da quelle che sostennero la mia bisnonna.

Ripensiamo all’elenco della Stanton. Lei parla di una condizione di morte civile che arriva con il matrimonio. Non stupiamoci quindi se è solo con la legge n°7 del 9 gennaio 1963 che viene introdotto il divieto di licenziamento delle lavoratrici per causa matrimonio, in parole povere vengono abolite le cosiddette “clausole di nubilato”, che erano prassi comune. Per una donna che invece avesse scelto, o dovuto, smettere di lavorare o non avesse mai lavorato, si dovrà attendere la legge del 5 marzo del 1963 per l’introduzione della pensione per le Casalinghe. Anni di lavoro domestico e di cura non venivano in alcun modo riconosciuti. Se alla moglie toccava in sorte di sopravvivere al marito, non ereditava alcunché, aveva unicamente l’usufrutto. Per cambiare questa legge si è dovuto attendere la Riforma del diritto di famiglia del 1975 (legge n°151). È una delle riforme più importanti perché riconosce alla donna una condizione di completa parità. Fino ad allora sul piano della legislazione ordinaria erano ancora in vigore le norme del codice civile del 1942 ispirate ad un modello autoritario e gerarchico della famiglia della quale il marito era il capo. In passato, prima della riforma del 1975, il regime legale adottato nel caso in cui i coniugi non abbiano stipulato uno specifico accordo era quello della separazione dei beni. Successivamente ed ancora oggi, il regime legale, in mancanza di diversa convenzione, è quello della comunione dei beni. La separazione dei beni, in una realtà in cui la donna lasciava la propria casa senza null’altro che la dote e non aveva un reddito personale da lavoro autonomo, era una situazione che avvantaggiava unicamente il marito. Perché durante il matrimonio difficilmente la donna avrebbe potuto avere proventi da attività separate o poter fare acquisti personali. Se le fosse toccato in sorte di rimanere vedova non avrebbe nemmeno ereditato nulla, avrebbe giusto avuto l’usufrutto, e si sarebbe trovata nella situazione di dover dipendere dai propri figli.

Quando si parla di eredità mi torna in mente un’altra di quelle storie che mia madre mi racconta di sovente.

Se la mia bisnonna Olimpia era una donna forte e, considerati i tempi, libera, lo stesso non si può dire dell’altra mia bisnonna. Maria Baldi era nata anch’essa nel 1888 e al pari della sua futura consuocera si era sposata giovane. L’uomo che le era toccato per marito non era però mite e accomodante come il mio bisnonno Domenico.

Conservo una foto di Enrico Santi. Aveva occhi di ghiaccio, baffi alla Francesco Giuseppe e un portamento altero. Aveva fatto la grande guerra, da cui era tornato miracolosamente illeso, e di quei tempi conservava oltre alla memoria molte medaglie che in occasioni speciali sfoggiava appuntate sul petto. Era un padre padrone. Quando si sedeva a tavola i suoi figli erano tenuti ad osservare un religioso silenzio e se qualcosa li distraeva da tale assorta meditazione un pugno ben assestato sul tavolo li riportava sull’attenti. Maria Baldi, sua moglie, non fu mai padrona in casa sua, né dei beni materiali né della propria persona. Non aveva nemmeno le chiavi della dispensa, quelle restavano attaccate ben salde alla gonna della cognata, che decideva quando e quanto darle da mangiare.

Ebbe sei gravidanze ed è lecito supporre che soffrì molto la fame. Alla fine della sua vita somigliava a un ramo secco, esile e curva, piegata dal peso della vita. Morì nel 1972, lo stesso anno della mia bisnonna Olimpia, e non poté godere di alcun agio della vita moderna. Non ebbe mai nemmeno l’acqua in casa, perché al marito non piaceva l’idea di avere una diavoleria del genere sotto il suo tetto. E poi, in fondo, con i secchi al pozzo non ci andava lui. Enrico morì due anni dopo la consorte, nel 1975, e lasciò disposizioni affinché solo i figli maschi ereditassero i suoi beni.

Le sue ultime volontà furono rispettate e mia nonna e le sue sorelle non ereditarono nulla, sebbene ciò fosse contrario anche alle leggi di allora. Essendo tutte sposate non avevano bisogno di quei beni, era spesso l’opinione comune. E per lo stesso motivo l’istruzione che avevano ricevuto in quanto femmine era più scarsa rispetto a quella dei fratelli. Se i maschi avevano conseguito la licenza elementare, le femmine vennero tolte da scuola a otto anni. Avevano imparato a leggere, a scrivere a malapena e a far di conto, cos’altro poteva mai servirgli? Per fare la moglie bastava molto meno. Meglio che stessero a casa ad imparare le faccende domestiche e a dare una mano.

Non è più così, fortunatamente, sebbene le donne tutt’oggi vengano spesso indirizzate verso studi che portano a mestieri meno lucrativi. È un argomento tutt’ora dibattuto oggi come nel 1848, quando la Stanton  diceva che gli uomini avevano monopolizzato tutti i lavori remunerativi.

La protagonista del mio romanzo, Olimpia, viene invece incoraggiata dalla madre a studiare e si laurea in una disciplina ritenuta immotivatamente maschile. Lei la sceglie perché rispecchia le sue naturali inclinazioni.  Decide di diventare informatica e ha la fortuna di crescere in un momento storico in cui nessuna professione, qualunque essa sia, le verrebbe preclusa in quanto donna.

Ma anche questa a ben guardare è una conquista molto recente.

Ad esempio, è solo con la legge n°66 del 9 febbraio 1963 che si afferma il diritto delle donne ad accedere a tutte le cariche, professioni ed impieghi pubblici, compresa la magistratura, senza limitazioni concernenti mansioni o percorsi di carriera. Fino ad allora si riteneva che una donna, data la sua innata instabilità ed emotività, non fosse adatta a ricoprire il ruolo di giudice. Mentre è la legge n° 903 del 9 dicembre 1977 che stabilisce la parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro che vieta qualsiasi discriminazione fondata sul sesso per quanto riguarda l’accesso al lavoro, la retribuzione e la carriera.

Il fatto che esistano leggi di questo tipo significa due cose. La prima è che è in atto un processo di emancipazione della donna, la seconda è che questo processo è ancora in itinere e che è necessaria una legge per fare sì che non si torni indietro.

Ad oggi non ci sono divieti espliciti che impediscono alle donne di raggiungere ruoli apicali, ma ci sono ancora tanti tetti di cristallo che si fatica a infrangere.

La protagonista del mio libro Olimpia ha ricevuto un’istruzione superiore, si è distinta per meriti universitari, ha concluso un brillante percorso di dottorato, eppure si scontra con un maschilismo atavico che preclude tutt’ora alle donne la carriera universitaria. Non è solo il nepotismo il problema che affligge i nostri atenei. Se l’ascensore sociale è bloccato un po’ per tutti, questo arresto è ancora più penoso per le donne. A marzo 2021 solo 5 atenei su 84 sono guidati da rettrici donne, a fronte del 56% di iscritte nelle nostre università.

A malincuore Olimpia rinuncia alla carriera universitaria e trova lavoro in un’azienda. Ma anche lì deve  sgomitare e di fronte alle sue legittime e sacrosante aspirazioni le tocca subire i commenti seccati di chi le dice che farebbe bene a pensare ad altro, a farsi una famiglia, ad avere dei figli. Perché ha già 35 anni, non può perdere altro tempo, deve assolvere al suo compito primario, ovvero procreare. Come se l’unica realizzazione per una donna fosse ancora la maternità esattamente come lo era stato per le mie bisnonne.

Ma Olimpia l’urgenza di diventare madre non la sente.  Ha avuto delle storie d’amore e l’aver avuto accesso a metodi contraccettivi migliori di quelli della mia bisnonna le ha permesso di poter scegliere di non diventare madre. Ha percorso una strada diversa di realizzazione personale. Il fatto che non abbia figli non significa che li escluda completamente dalla sua mente, a volte li desidera, a volte ringrazia il cielo di non averli avuti, a volte si domanda se mai arriveranno. Quando fa visita alla sua migliore amica divenuta madre da poco si intenerisce di fronte a quell’amore, e allo stesso modo rispetta la scelta della zia Gioia di dedicarsi unicamente ai suoi figli, e ne condivide lo sfogo quando in un passo del libro difende l’autoderminazione del proprio destino troppo spesso negata alle donne.

La zia Gioia parla di scelte. Perché Olimpia, come molte di noi, può fare delle scelte. Ovviamente il ventaglio di possibilità che ciascuno di noi ha non è illimitato, ma sicuramente quello di Olimpia è molto più ampio di quello delle mie bisnonne. È una fortuna questa? Io voglio credere di sì, anche se scegliere è rischioso, perché implica di poter sbagliare. E gli sbagli delle donne, si sa, raramente vengono perdonati.

Questo perché, come diceva la Stanton, il sentimento pubblico continua imperterrito ad applicare un codice morale diverso per gli uomini e per le donne. Qualunque scelta delle donne viene discussa e criticata.

È proprio questa visione millenaria che è difficile da estirpare. Le leggi sono al contempo punto di arrivo e punto di partenza. Gli anni del secondo dopoguerra sono stati un terremoto, ma sta a noi fare sì che dopo la rivoluzione non torni la restaurazione.

Sono stati anni cruciali delle lotte per l’emancipazione femminile, e basta scorrere alcune delle leggi di quel periodo.

Sentenza del 19 dicembre 1968 della corte costituzionale: L’adulterio femminile non è più considerato reato. Quello maschile non lo era mai stato

Legge n° 194 del 22 maggio 1978: Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria di gravidanza.

Legge n°442 del 5 agosto 1981: Abrogazione della rilevanza penale della causa d’onore. Il famoso Delitto d’onore.

Legge n° 66 del 15 febbraio 1996: Norme contro la violenza sessuale. Si afferma il principio per cui lo stupro è un crimine contro la persona e NON contro la morale.

Legge n° 154 del 5 aprile 2001: Misure contro la violenza nelle relazioni familiari. Da uno studio del 1996 emerse che solo il 17% dei casi di violenza familiare veniva denunciato. Prima di questa legge le donne che subivano pesanti violenze familiari potevano unicamente esporre denuncia e andarsene di casa.

Legge n°219 del 10 dicembre 2012: Disposizioni i materia di riconoscimenti dei figli naturali. Si stabilisce che TUTTI i figli hanno lo STESSO STATO GIURIDICO.

Spesso la tutela dei diritti delle donne va di pari passo con la tutela dei diritti dei loro figli. La cultura millenaria del patriarcato dava ai padri la proprietà dei figli, ma la loro cura spettava unicamente alle madri.

Troppo spesso in passato, e in taluni casi ancora oggi, i padri ai figli davano il cognome e poco più.

Nel caso dell’Olimpia del mio romanzo dal padre lei non riceve nemmeno il cognome, dato che alla sua nascita e anche in seguito lui si rifiuta di riconoscerla. Olimpia cresce con quest’assenza, ci convive, per anni si illude di poterla persino ignorare. È la scomparsa imprevista della madre a cambiare tutto. Il dolore del lutto e di quell’abbandono improvviso le fanno sentire cocente la rabbia per un altro abbandono, più antico e per lei inspiegabile.  E così Olimpia inizia il proprio percorso. Nel momento in cui lo intraprende però non è una creatura fragile, intimorita, insicura, incapace di provvedere a se stessa. Tutt’altro.

È una donna solida, forte, è cresciuta sulle spalle della propria madre e su quelle delle tante donne che hanno lottato affinché la sua realizzazione potesse concretizzarsi attraverso scelte libere e consapevoli.

Scegliere è difficile. Per farlo serve non solo capacità di raziocinio e, possibilmente, un livello adeguato di istruzione, ma serve più di ogni altra cosa la forza emotiva per sostenere il peso che potrebbe crollarci addosso il giorno in cui dovessimo scoprire di avere fatto scelte sbagliate. Servono spalle larghe per sostenere i fallimenti che per nostra natura normalmente attireremo (cit. Battiato).

Le mie bisnonne non hanno avuto grandi possibilità di scegliere. Come l’acqua di un torrente hanno seguito la corrente fino a valle.

C’è chi può ribattere che così la vita era più facile, ed è innegabile, ma non credo che fosse meno dolorosa. E se la mia bisnonna Olimpia aveva avuto la fortuna di avere per marito un uomo comprensivo, la stessa sorte non era toccata alla mia bisnonna Maria.

Mia mamma sostiene che in questi casi la cosa migliore che può fare una donna è avvalersi dell’arte millenaria di blandire i propri uomini e portarli quasi inconsapevolmente a fare ciò che vogliamo. Le donne fanno così da sempre, ma questa non è l’arte delle donne, è l’arte degli schiavi, che devono rendersi indispensabili e guidare il proprio padrone senza essere visti.

L’Olimpia del mio romanzo non ha padroni, e di questo deve ringraziare tutte le donne che sono venute prima di lei e che hanno lottato anche per lei.

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Sana sana colita de rana

Luang Prabang , foto di Gianni Boradori

“Sana sana colita de rana si no sana hoy sanara mañana”*1

Ormai è diventata una sorta di formula magica, ogni volta che una delle mie figlie cade e si fa male la prima cosa che chiede è di essere sanata così, con un massaggio leggero sul ginocchio o gomito dolente e la mia voce che come in una vecchia nenia ripete parole che assomigliano tanto a un non-sense.

Il senso però per loro, bambine di tre e cinque anni, è chiarissimo. È il senso dell’accudimento e della vicinanza nel frangente di un dolore che per loro è importante, anche se ai nostri occhi adulti appare come nulla più che una piccola sbucciatura o un livido.

Le mie figlie temono il dolore, come me del resto,  perchè credo sia qualcosa di insito nella natura umana, connaturato al nostro istinto di sopravvivenza.

E così quando in libreria mi sono imbattuta nel saggio di Byung Chul Han “La società senza dolore” mi sono incuriosita. È un libriccino piccolo e denso in cui l’autore, stimato filosofo coreano naturalizzato tedesco, sostiene che la nostra società sia diventata algofobica nonché, in ultima analisi, tanatofobica. Il libro è uscito in piena pandemia e l’autore sostiene che il virus Covid-19 abbia fatto emergere quanto la nostra società per paura della sofferenza e della morte sia diventata una società della sopravvivenza, in cui l’allungare la propria esistenza è diventato più importante che viverla pienamente.

Mentre lo leggevo storcevo il naso, perché le parole del filosofo si scontravano con la mia sensibilità, e perché io per prima ho accettato senza fiatare per tutto questo anno di restarmene chiusa in casa senza incontrare amici e parenti nel timore che potessi contagiare me, i miei figli o i componenti più anziani della mia famiglia.

Ripenso all’anno appena trascorso, l’anno della mia terza gravidanza, passata per lo più a casa con mia madre, mio marito e le mie bambine. Ripenso al mio ultimo parto, a gennaio, ai tre giorni trascorsi in reparto senza poter incontrare nessuno, nemmeno mio marito. Sono stati tre giorni molto difficili in cui mi sono sentita sola come non mai.

Una mattina ho incrociato lo sguardo di un’ostetrica, le ho sorriso con tristezza e le ho detto : “Hanno reso triste persino il reparto di maternità”. Lei mi ha guardata, ha scrollato le spalle e se ne è andata.

Ripenso a quando sono tornata a casa con il mio fagottino di tre chili fra le braccia. Ad aspettarmi c’erano solo i nonni e nei mesi seguenti non ho visto quasi nessuno, il mio bambino non ha ricevuto un abbraccio che non fosse quello dei suoi genitori, non un regalo, non un mazzo di fiori. I colleghi mi hanno mandato un biglietto di auguri e un dono digitale per la creatura appena nata, ma non ho potuto ringraziare nessuno di persona.

Perché ho accettato tutto questo? Per tanatofobia, come sostiene il filosofo? Per paura magari non di morire io ma di veder morire i miei cari?

Probabilmente sì.

Ho sbagliato? mi viene da chiedermi talvolta.

Non ho la risposta, non so se le mie scelte siano state giuste o meno. Ho seguito l’istinto, un istinto di sopravvivenza, e il resto è venuto da sé.

E poi, tutto sommato, questo anno ormai è passato, metà Italia è vaccinata, l’altra metà lo sarà presto, e sembra che si possa sperare di trascorrere una estate serena.

E se…

E se però il prossimo anno fosse come quello appena trascorso, e quello dopo uguale, e uguale quello dopo ancora, allora come mi comporterei?

Continuerei ad accettare e sopportare in silenzio la clausura che ha caratterizzato i mesi appena passati?

Secondo Byung chul han sì, perché  in questo mondo rischiare di soffrire fa molta più paura della rinuncia ad una vita piena. Perché, sostiene il filosofo, nella nostra società il male è diventato tabù, perché ci siamo illusi che la morte sia un inconveniente che non dovrebbe capitare e che, visto che proprio deve succedere, deve accadere quando ormai si è prossimi al secolo di vita, e giusto perché non se ne può fare a meno.

E non solo la morte deve essere bandita, ma anche il dolore in senso lato. Soffrire è una perdita di tempo che ci rende meno produttivi e performanti, blocca il flusso ininterrotto degli impegni e delle scadenze che ci assediano, ci blocca in quanto ingranaggi di questa società.

E allora non bisogna soffrire, e se proprio si soffre bisogna essere resilienti, trasformare il trauma in crescita, utilizzarlo per migliorarsi e, perché no, farlo diventare una opportunità di marketing personale, una nuova “soft skill” che ci aiuterà a venderci meglio.

Anche le relazioni amorose sono diventate sospette, dice Byung Chul Han, perché se ami prima o poi soffrirai.

C’è un film che amo molto, “Viaggio in Inghilterra”, in cui lei, una splendida Debra Winger malata di cancro, ricorda a un attempato e innamorato Anthony Hopkins che “la felicità di oggi è nel dolore di domani”. E allora meglio una relazione senza troppo amore, anzi magari nemmeno un pochettino, così ci si può lasciare da buoni amici.

E il dolore fisico? Anche quello sarebbe opportuno evitarlo. Meglio un analgesico, o anche due o tre, e che magari che ci intontisca pure così da non sentire niente, da poterci scordare di questo corpo fastidioso che siamo obbligati a trascinarci dietro.

Perché, sebbene apparentemente questa sia una società concentrata sul corpo, è in realtà attenta unicamente alla sua apparenza. Il corpo va mostrato, non sentito. Rebecca Solnit nel suo saggio “Storia del camminare” fa notare che ormai siamo diventati estranei alle sofferenze del corpo derivanti dalla fatica fisica, e che il camminare, con tutti i fastidi che comporta, sia diventato di fatto qualcosa di sconosciuto al mondo occidentale e che l’unico frangente in cui ci ricordiamo del corpo sia diventato il momento dell’atto sessuale.

La sofferenza è bandita e considerata insensata, non serve a niente, è un’ “inutile soffrire”. Non c’è elevazione spirituale, il dolore ha perso il suo potere catartico, non c’è nulla di nobile. Anche il dolore del parto è diventato un dolore immotivato. E invece un senso ce l’ha, sebbene personalmente abbia avuto bisogno di tre parti per riuscire a capirlo. Il dolore mi ha guidato nel mettere al mondo le mie creature, ma se lo dico ad alta voce mi prendono per pazza. È stato un dolore necessario, un dolore che mi ha reso orgogliosa, un dolore che non mi spaventa più.

Ed è qui forse la chiave di tutto.

Se il dolore spaventa le nostre scelte sono e saranno sempre al ribasso.

Se non è solo il dolore a spaventare, ma persino la fatica, allora il mondo si ferma.

Ricordo le parole di mia madre quando le ho detto che ero incinta per la terza volta. “Ma sei sicura? Ma non ti spaventa la fatica di un’altra gravidanza, il dolore di un altro parto?”.

Sì, le risposi, certo che mi spaventa, ma non così tanto da impedirmi di proseguire su questa strada.

Temo il dolore, ma non al punto da utilizzare il criterio di minimizzarlo come unica regola di vita. Il dolore c’è, fa parte delle nostre esistenze, così come la fatica, il fallimento, la stanchezza, la tristezza, la malinconia, il rimorso e il rimpianto. E non perché tutti questi sentimenti mi faranno diventare più forte e performante (per chi, poi? Per il mio datore di lavoro? Per lo stato in generale?), ma perché una vita senza sofferenza non è vita.

Amo camminare, in estate cerco di farlo per boschi, in inverno mi accontento delle passeggiate in città. Nel mio peregrinare talvolta trascino con me le mie figlie. È difficile fargli infilare un passo dietro l’altro, sono piccole e si stancano in fretta.  Chiedono di venire in braccio, guardano con invidia bambini come loro e più grandi di loro comodamente spaparanzati sui passeggini. E invece a loro tocca camminare.

Talvolta cercano di impietosirmi.

“Mamma, mi fanno male le gambe”

E allora io, diabolicamente sorniona, gli sorrido e gli rispondo che è un bene che gli facciano male le gambe, che vuol dire che le hanno. (A scanso di equivoci, mie figlie lamentano il male alle gambe dopo a mala pena un chilometro. Nulla a che vedere con la buonanima del mio vicino di casa, scomparso nel 2012 a quasi ottant’anni. La madre, austriaca ed ex crocerossina della prima guerra mondiale, portava lui e la sorellina a passeggiare. Partenza ai Cappuccini a Firenze, arrivo al passo della Futa. Così, tanto per dire).

Ormai sentiamo i nostri muscoli doloranti solo dopo un’estenuante seduta in palestra in cui la fatica fisica è diventata lo scopo e non il mezzo per ottenere qualcos’altro. Al massimo, l’obiettivo di tanto sudare è plasmare un bel fisico da poter sfoggiare, e ciò dimostra che siamo interessati all’apparenza del corpo, non alla sua funzione.

Oppure, in altri casi, lo scopo è proprio il benessere, la salute, il valore più alto del nostro tempo. Patisco due ore a settimana in sala per abbassare il colesterolo, combattere i trigliceridi, evitare l’ernia e la scoliosi.

Ora, non dico che chi lo fa sbagli, assolutamente. Io per prima dovrei, e invece preferisco starmene a casa a leggere e scrivere. Però forse un’ora in meno persa a fissarci nello specchio della palestra e spesa invece a leggere magari non ci farebbe male.

Nelle ultime settimane, nei rari momenti di calma dopo la poppata del mattino, ho letto un libro di un’autrice messicana, Guadalupe Nettel, intitolato “La figlia unica”. È un buon romanzo che tratta un argomento delicato, quello di una donna che al settimo mese di gravidanza scopre che la figlia che porta in grembo è affetta da microlissoencefalia. Il ginecologo le dice in maniera brutale che sua figlia nascerà ma morirà subito dopo, e che quindi deve prepararsi al lutto. E allora la donna, sconvolta e ubbidiente, va da un tanatoterapeuta per farsi insegnare come affrontare un lutto che ancora non c’è stato. Disfa la camera della bambina, riprende a fumare, regala il corredino. Il tanatoterapeuta non deve tanto aiutarla ad affrontare il dolore, deve aiutarla a superarlo, a lasciarselo quanto prima alle spalle. Solo che poi (attenzione, spoiler) la bambina non muore alla nascita e nemmeno nelle ore immediatamente successive al parto, è più attaccata alla vita di quanto i medici si fossero aspettati e la giovane donna si ritrova con una neonata fra le braccia. Quando la sente attaccarsi al seno, dice, le sembra di morire.

I lutti sono un ostacolo e sembra che ci sia un tempo massimo in cui devono essere superati. Ma non è così. C’è chi da un lutto non si riprende mai, che piuttosto finisce per conviverci, e che ogni volta che apre gli occhi la mattina sente lacerante la mancanza di chi se ne è andato. Perché certi affetti della nostra vita non sono sostituibili allo stesso modo in cui ci sono amori  che non ritornano. Chi vive un lutto di questo tipo è costretto a convivere con il dolore, eppure sembra che in questo mondo questo non sia ammesso.

Perchè nulla deve fermarci. La società ci preme alle spalle con le sue richieste di performance, e tutto ciò che abbassa il livello della nostra prestazione è un inutile fardello.

Spiace dirlo, ma il fardello più pesante sono diventati proprio i bambini. Nella corsa frenetica che è diventata la nostra esistenza non c’è più il tempo, né la pazienza, per dedicarsi a loro.

È durissima. I genitori lavorano, entrambi, per troppe ore a settimana, i nonni sono assenti o lontani o troppo anziani, nessuno può concedersi il lusso di seguire il ritmo dell’infanzia. E quindi anche il tempo dei bambini deve essere incasellato e scadenzato tanto quanto quello degli adulti. E così li trasciniamo fra scuola, corsi di inglese, tennis, piscina, basket e chi più ne ha più ne metta. Ci illudiamo che tutte queste attività siano utili per la loro crescita, per migliorarli e oliarli come futuri ingranaggi, ma più spesso non sono altro che parcheggi.

E se si ammalano? Se piangono di notte e ti fanno (addirittura!) perdere il sonno? Se hanno bisogno di sentirti accanto, e non solo per il famigerato “tempo di qualità”, ma proprio per il tempo in quanto tale, perché un bambino gode quando sente che i suoi genitori e le persone che ama sono nella stessa stanza con lui, anche se ognuno si dedica in santa pace alle proprie attività?

Non è ammesso, non possono fermarsi nemmeno i bambini, non è una società a misura di famiglia. Ma, mi viene da pensare, se non è a misura di famiglia non è a misura di futuro.

Paolo Crepet, noto educatore, sostiene che per capire se in una nucleo familiare con bambini c’è qualche problema bisogna fare riferimento all’indicatore della tachipirina. Quando ad un bambino ne viene data tanta, troppa, forse c’è un problema.

Ho ricordi nitidi della mia infanzia, e in particolare di quando mi veniva l’influenza. Restavo a casa, mia nonna trascorreva la giornata con me, mi faceva le spremute di arancia, mi coccolava, aspettavamo insieme il rientro a casa dei miei genitori. Era un momento speciale, tutti rallentavano e io godevo di quelle attenzioni fuori programma. Ora rallentare non si può.

Nell’ultimo mese, complice un aprile fra i più freddi degli ultimi venti anni, ho avuto i bambini costantemente malati. Prima la grande, che ha attaccato la febbre alla sorella, che l’ha passata all’ultimo nato, e quando sembrava di esserne venuti fuori, ecco che la cinqueenne è tornata a casa da scuola con un altro malanno e il giro di giostra è ripartito. Tosse che da il suo meglio di notte, moccico costante e simile a colla vinilica, antibiotico e cortisone che rendono le piccole bestiole simili a leoni in una gabbia troppo stretta. E poi tante notti trascorse sugli strapuntini dei letti dei bambini, in un sonno mai profondo inframmezzato dai loro calci e spinte. Lo ammetto, anche io ho abusato di tachipirina, ma giuro che mi sono trattenuta dal dargliene molta di più. E se non sono crollata e solo perché sono ancora in congedo, perché alla mattina dopo notti così faticose non sono dovuta correre in ufficio (o nell’ultima stanza della casa nel mio risicato home office).

In questo momento devo pensare solo ai miei tre bambini, e anche se a volte mi sembra una condanna non poter liberare la testa da pensieri come “hai mangiato? ti sei lavata le mani? hai fatto la cacca? Ma quando raccogli i giocattoli? Ma che fai, strappi i capelli a tua sorella?? “etc etc, per la maggior parte del tempo mi sento privilegiata. Posso dedicarmi a loro, non devo perdermi dietro ad altro. Non sarà per sempre, a settembre finirà il congedo e dovrò risaltare sulla giostra.Nel frattempo però mi godo le passeggiate con le mie figlie.

È giugno ed è arrivato il caldo, tempo di calzoni corti. Insieme andiamo ai giardini, il parco Stibbert è il loro preferito. Non c’è l’area con i giochi attrezzati, ma le bambine preferiscono così, ci sono alberi ormai centenari, uno stagno con papere e tartarughe, un inquietante tempio egizio, statue e teste di cavalli in terracotta. Martedì scorso ci siamo tolte scarpe e calzini e ci siamo messe a correre sull’erba. Ovviamente le bambine sono inciampate, e altrettanto ovviamente si sono sbucciate le ginocchia. Me le sono viste venire incontro con i goccioloni agli occhi.

“Male?”, ho domandato.

“Sì”, hanno risposto trattenendo un singhiozzo.

“Sana sana colita de rana, si no sana hoy sanara mañana”.

Hanno abbozzato un sorriso fra le lacrime.

é stato un attimo, poi hanno ripreso a correre felici come pazze incontro alla prossima caduta.

*1 Filastrocca messicana:  Guarisci, guarisci, piccola coda di rana. Se non guarisci oggi, guarirai domani.

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La scomparsa del villaggio

Foto di Federica Sazzini

“Nora, Luisa, mamma, babbo, nonna”, scandisce compita mia figlia di due anni, “tutti tutti”, ripete soddisfatta e ha gli occhi che le ridono.

É Luglio e siamo in montagna. Ogni anno come di consueto la canicola estiva è arrivata, ma questa volta mi ha trovato preparata. A novembre dello scorso anno io e mio marito, reduci da un’estate infuocata, abbiamo deciso di spendere parte dei nostri risparmi in un piccolo rustico sull’appennino, a ottocento metri sul livello del mare e circondato da alberi di noce e querce.

E così adesso mia figlia piccola ride seduta al tavolo nella piccola cucina che abbiamo finito di attrezzare pochi giorni fa, di fronte a un piatto di tortellini e con il rumore delle foglie che frusciano nel vento e che ci giunge dalla finestra aperta sulla vallata.

L’aria è fresca, l’atmosfera serena, un signore di una certa età passa di fronte alla nostra porta di casa, che qui è sempre aperta, e ci saluta.

Non pare possibile che nemmeno tre mesi fa fossimo tutti chiusi in casa bloccati dalla paura del contagio e dall’ansia per il futuro.

Sono stati mesi difficili, sebbene non per tutti nello stesso modo. C’è chi ha visto svanire il proprio lavoro, chi ha perso delle persone care senza nemmeno potergli dire addio, e anche chi, costretto ad una solitudine estrema, si è lasciato vincere dallo sconforto e dalla tristezza.

Nei mesi in cui sono stata chiusa in casa, incollata al computer durante le lunghe ore di remote working, per reazione a quell’isolamento imposto ho tenuto la radio accesa quasi costantemente e sintonizzata su radio Rai Tre. Ho finito col conoscere il palinsesto a memoria e quell’alternarsi rassicurante di speaker radiofonici che con la loro voce entravano nella quotidianità della mia vita è riuscito a scandire un tempo altrimenti immobile.

Così, per caso, ho ascoltato un’intervista a Mattia Ferraresi, giornalista del Foglio, che a marzo del 2020 ha pubblicato con Einaudi un saggio sulla “Solitudine”. In quei giorni in cui l’unica epidemia di cui si parlava era quella del Corona Virus, lui si trovò a raccontare di un’epidemia molto diffusa nella nostra società e che ogni anno fa più vittime: la solitudine.

Perché di solitudine si muore, e non è un’esagerazione. Sebbene ci sia persino chi pensa di debellare anche questa epidemia con un vaccino, all’University of Chicago stanno sperimentando una cura a base di Pregnenolone con il chiaro obiettivo di risolvere il problema con una pillola, o con un “ministero per la solitudine”, come avviene in Inghilterra,  si intuisce che siamo di fronte a qualcosa di più complicato di una tendenza sociale. É, come dice Ferraresi, lo stato esistenziale dell’uomo contemporaneo.

Se il lockdown si fosse verificato anche solo cinque anni fa, mi avrebbe trovata sola, reduce da una dolorosa separazione, chiusa in casa per giorni e giorni e con pochi contatti se non virtuali. Temo che sarebbe stata una situazione molto più difficile di quella che mi sono trovata ad affrontare quest’anno.

Non dico che restare chiusi in casa per sessanta giorni con mio marito, con cui ho condiviso la scrivania gomito a gomito, due bambine di due e quattro anni e mia mamma che faceva la spola come baby sitter sia stato esattamente una passeggiata.

Ma, anche nei momenti peggiori, la consapevolezza di avere accanto i miei affetti ha reso tutto più semplice.

Ricordo lo sguardo di mia mamma nei primi giorni di marzo, quando si iniziava a intuire la severità della situazione ma non erano ancora state prese le misure drastiche di chiusura che sarebbero arrivate di lì a poco. La vedevo smarrita, con gli occhi spenti. Mi disse che si sentiva come quando mio padre era malato, una malattia lunga e dolorosa dalla quale purtroppo poi non sarebbe guarito. Mi diceva che aveva l’impressione che il tempo fosse stato sospeso, che la sua vita le fosse stata temporaneamente strappata via.

Mi si strinse il cuore a quelle parole, perché la rividi come la avevo vista da bambina tanti anni prima. Poi però il turbinio delle mie figlie intorno, la loro allegria che non veniva certo fermata da un virus a giro per le strade, i giochi, i pranzi in famiglia, una nuova quotidianità fatta di presenza e vicinanza hanno spazzato via quello sguardo.

Credo che anche per lei, se non l’avessimo assediata con il nostro caos, il periodo di solitudine imposta sarebbe stato molto più pesante.

Sappiamo tutti che questi mesi sono stati estremi, una sorta di esperimento sociale di massa, ma credo che questa situazione straordinaria abbia fatto emergere molti dei problemi di fondo della nostra società, problemi che Mattia Ferraresi descrive con estrema lucidità nel suo saggio.

Chi ha perduto una persona cara a causa del Covid ha dovuto subire un doppio trauma, quello dovuto a un lutto, spesso del tutto improvviso, e quello connesso al non poter dire addio alla persona cara, né in maniera privata né in maniera pubblica tramite una funzione funebre.  Più volte è stato sottolineato come sia stato disorientante doversi affidare ad una sterile videochiamata per un ultimo saluto o ritrovarsi all’improvviso a fare i conti con un’assenza senza aver potuto vedere con i propri occhi il defunto, la bara e la sua deposizione in terra. Perché i rituali sembrano inutili finché non vengono a mancare.

La verità però è che è da tempo ormai questi rituali stanno scomparendo, e non a causa del Covid. Le persone muoiono sempre più in ospedale, sole, piuttosto che nelle proprie case, in quella che sembra una volontà di nascondere la morte. Ferraresi scrive che “l’esperienza della morte [è] diventata intollerabile in un sistema di valori che non ha un’ipotesi da offrire sul più drammatico dei misteri umani. La soluzione più semplice è appaltare il problema e appaltare le necessità pratiche a professionisti del settore”.

Lo stesso discorso vale per i funerali, che da tempo ormai non sono cerimonie partecipate. Le chiese durante queste funzioni sono spesso drammaticamente vuote, specialmente se la persona defunta è in là con gli anni, come se l’assenza dei presenti equivalesse ad un’assenza di lascito, una mancanza di eredità. Ci sono i parenti stretti e poco più. Amici, conoscenti, persone che semplicemente facevano parte della stessa comunità si sono come volatilizzate. Forse perché è proprio il concetto stesso di comunità ad essersi sfilacciato.

Durante le mie maratone radiofoniche su radio Rai Tre uno dei temi ricorrenti è stato è stato quello dei bambini. Le scuole sono state le prime a chiudere, prima ancora che venisse indetto il lockdown, e da un giorno all’altro circa 9 milioni di minorenni si sono ritrovati a casa. Senza entrare nella discussione se sia stata o meno una misura necessaria o se il problema potesse essere affrontato in maniera differente, resta il fatto che all’improvviso a partire dal 4 marzo la cura di bambini e adolescenti è diventata appannaggio unicamente dei genitori, lo stato, la comunità o chi per loro sono scomparsi dalla sera alla mattina. Sui social mi sono trovata a leggere commenti ironici della serie: “Chi se li fa se li trastulli”, ma devo dire che non mi hanno fatto ridere.

I bambini, e anche i loro padri e le loro madri, si sono ritrovati soli. C’è un proverbio africano che dice che per crescere un bambino serve un intero villaggio, e più vado avanti nella mia esperienza genitoriale più sento quanto questo sia vero.

Le mie figlie, sorelle con appena due anni di differenza, hanno trascorso le lunghe giornate di marzo e aprile giocando fra di loro, ingannando un’attesa che loro non hanno in fondo percepito come tale spezzandola con giochi e litigi. Talvolta chiedevo a Luisa se le mancasse la scuola, ma lei, che a breve compirà quattro anni, mi rispondeva che un pochino le mancava, ma che stava bene a casa con babbo e mamma a giocare tutto il tempo con Nora, sua sorella. Sarebbe stato molto diverso se fosse stata figlia unica o appena più grande. Anche in questo siamo stati fortunati.

Ho amici con figli unici che, una volta riemersi dal lockdown, correvano al parco domandando agli altri bambini se potessero abbracciarli.

Hanno sofferto i bambini, e hanno sofferto i genitori. Ma, anche qui, questa esperienza drammatica ha solo estremizzato una tendenza in atto da tempo.

In un articolo apparso sull’ “Aeon”, Australia, e presente su Internazionale del 19 luglio 2020, Sarah Menkedick affronta il tema della “Bolla dei bambini”. L’autrice, giornalista e scrittrice statunitense nonché madre di una bambina di cinque anni, racconta dell’iniziale euforia che la colse quando, trasferitasi col marito a Pitssburgh dopo un lungo periodo vissuto a Oaxaca, scoprì l’esistenza del “Children’s museum”. In Messico non c’era nulla di paragonabile. Poteva portare la bambina al museo per un intero pomeriggio e rilassarsi mentre lei giocava con bastoncini laser, si arrampicava in un enorme labirinto o infilava sassi in buchi appositamente costruiti.

Come scrive nel suo articolo, “…era come togliere le mani dal volante, appoggiare la schiena e distrarsi, mentre lei scopriva cose nuove. Senza contare che tutte quelle esperienze sensoriali […] sarebbero state utili per il suo sviluppo. Era la stessa sensazione che si ha quando si mangia una barretta di frutta secca e cereali, dolce e goduriosa ma [..] salutare. [….]. In Messico invece non c’era una “cultura dell’infanzia”, nessuna istituzione, luogo o evento che servisse esclusivamente a stimolare e intrattenere i bambini”.

Dopo una iniziale euforia, però l’autrice si rende conto che con quella strana cultura dei bambini si era come esiliata dal resto del mondo, e in particolare dal mondo degli adulti. Come se esistesse una realtà concepita esclusivamente per coppie con figli e una per single o coppie senza figli, un mondo in cui mescolare questi due universi è tabù. Una realtà in cui, una volta che arrivi a riprodurti e avere un figlio, sei automaticamente tagliato fuori dal resto della sfera sociale. Come se fosse un punto di arrivo e non, come dovrebbe essere, un punto di partenza. É la stessa sensazione che ebbi io dopo avere avuto la mia prima figlia. Come se una parte della mia vita fosse inesorabilmente conclusa, che le porte della società mi si fossero chiuse alle spalle, quasi fossi entrata in una nuova dimensione spazio temporale. Un’assurdità, a ripensarci ora, ma un’assurdità che “la cultura dei bambini” aiuta ad alimentare.

Ognuno deve restare chiuso nella sua bolla, i bambini sono appannaggio dei genitori e al massimo della scuola o dei nonni. Il resto della società cerca di cancellarli e a mala pena li vede, e quando arriva una tempesta come l’ultima epidemia si scopre che al timone ci sono solo i genitori, del villaggio non è rimasta traccia.

Sui social fioccano iniziative spontanee del tipo: tagga una mamma che ritieni benedetta dalla nascita dei suoi figli. Bellissimo, ma poi quei figli sono solo responsabilità sua, come se non fossero i mattoni sui cui si edificherà la società futura, di cui tutti faremo parte, anche coloro che figli non hanno potuto o voluto averli.

I social. Come tutti nei giorni del lockdown sono stata anche io sui social decisamente più del solito. Per ingannare la mancanza di rapporti umani e per tentare di instaurarne di virtuali. Ho persino fatto due presentazioni del mio ultimo romanzo, ed è stato straniante parlare a una telecamera, sapevo che c’erano persone ad ascoltarmi dall’altra parte dello schermo, ma non vederle, non sentirne i colpi di tosse o i cenni di assenso, o dissenso, ha reso le mie dirette dei sermoni solitari. Meglio di nulla, ma niente a che vedere con cosa può essere una presentazione in una libreria.

E così, nel mio vagare senza meta nei meandri dei social mi sono fatta gli affari degli altri, li ho visti postare le foto dei loro esperimenti di lievitazione casalinga, di bricolage, di allenamento da remoto. E poi selfie, tanti selfie. Non mi ero mai resa conto di quanti selfie si facessero le persone. Tanti piccoli Narcisi.

Mattia Ferraresi osserva che “la preoccupazione ossessiva dell’individuo per sé stesso ha favorito l’emergere su larga scala di un atteggiamento narcisista. [..] Il narcisismo che caratterizza la scena contemporanea si pone come virtù. [..] Il narciso della mitologia greca è un personaggio tragico, condannato ad amare solo se stesso come punizione [..]. La fissazione per la sua immagine è un terribile sortilegio, la sua solitudine è una sventura. É un maledetto, non un influencer. Il soggetto che domina la scena dell’occidente moderno ha ricevuto una punizione divina, ma crede che si tratti di un premio”.

Nel “La cultura del Narcisismo” di Christopher Lasch del 1979 si sottolinea come la sproporzionata preoccupazione dell’io per le sue voglie sia una degenerazione inevitabile dell’individualismo. Come il suo mitologico predecessore, il nuovo Narciso è una figura tragica ma non ne ha contezza. La sventura è proprio il chiudersi del singolo nel suo guscio, nel rifiutare qualunque struttura sociale, istituzione, chiesa e una qualunque di quelle realtà che vivono grazie alla fiducia che le persone si accordano l’una all’altra. Il narcisista invece trasforma ogni relazione nell’occasione per mostrare la sua superiorità. Ed il selfie ne è l’estrema sintesi, è guardare gli altri mentre si guardano. Il soggetto in posa diventa subito parte di una recita sociale in cui è drammaticamente solo.

Ora il lockdown è finito, si può stare di nuovo insieme, con le opportune precauzioni, eppure nei miei solitari vagabondaggi sui social vedo sempre tanti selfie. La solitudine c’era da prima e continua ad esserci.

Tutti concentrati sulla propria realizzazione personale, tutti con l’obiettivo dichiarato di “essere sé stessi”, tutti drammaticamente uguali. Perché quando scompare la comunità e i valori condivisi, l’unico modo per tenere insieme le persone è uniformarle in gusti e desideri, perdendo la ricchezza del loro essere autenticamente originali.

In questi giorni in montagna il ricordo torna inevitabilmente alla mia infanzia, alle estati trascorse nella casa di mia nonna nel paesino vicino a quello dove abbiamo acquistato il nostro piccolo terratetto in pietra.

E anche mia mamma affonda nei suoi di ricordi, e mi parla della sua di nonna, Olimpia, che perse quattro figli e poi riuscì ad avere mio nonno, e che faceva la levatrice per via dei tanti parti cui aveva assistito e delle numerose donne che aveva aiutato. Mi racconta di come da bambina, durante le estati trascorse da sola con sua nonna nella casa in montagna, due signore zitelle trascorressero a turno la notte con loro, perché non stava bene lasciare da sola una donna anziana con una bambina piccola. Lo facevano senza volere nulla in cambio, e passavano le serate a chiacchierare fino a che piano piano lei non prendeva sonno. Mi racconta di quando le campane suonavano a morto e la mia bisnonna esclamava: dicono che è morto quel tale, sarà peggio quando diranno che è morta Olimpia. Poi però al funerale non potevano mancare, e c’erano tutti, vecchi e bambini, parenti e amici. Mi racconta dei matti del villaggio, di Liviero che impazzì d’amore, o di Giovanni dei Becchi, così chiamato perché si ostinava a tenere in casa dei “becchi”, cioè dei caproni, e tutti a dirgli: ma almeno prendi delle capre, che ti fanno il latte. Ma a lui piacevano i becchi. E poi le visite fatte alle amiche della mia bisnonna. Ci si presentava all’uscio senza avvisare, perché tanto non c’era telefono, e senza tanti fronzoli ci si accomodava a chiacchierare e magari a mangiare qualcosa, se c’era. E poi le feste, le processioni, la musica e i balli cui partecipavano tutti, perché non c’era la bolla dei bambini e quella degli adulti. Era una sola realtà, anche se ognuno era fatto a modo suo. Non dico che non ci fosse un prezzo da pagare in cambio di questo appartenere a una comunità. C’erano regole sociali cui attenersi, che pesavano sugli uomini e in misura molto maggiore sulle donne. C’era pochissima libertà, i matrimoni erano spesso combinati e spesso infelici, il concetto di libera autodeterminazione suonava più come una bestemmia che come un’ideale. Come donna e come madre non vorrei tornare a quel tipo di società. Ma recuperare un po’ di quel senso di comunità sì, anche se il prezzo da pagare fosse dover rinunciare a qualcuna delle mie libertà. O forse, più semplicemente basterebbe capire quali sono davvero quelle importanti e quali invece quelle che ci portano unicamente a essere più soli.

Da quando sono diventata mamma mi sorprendo a pensare che l’idea precostituita che abbiamo dell’infanzia sia inesatta. Pensiamo che diventare grandi sia smettere di fare tutta una serie di cose che facciamo da bambini. Diventare autonomi, indipendenti, liberi. Smettere di avere bisogno di mamma e babbo, smettere di appoggiarci agli altri per le nostre necessità. E credo che siamo troppo estremi nell’affidarci a questa idea. É vero, condurre un bambino verso l’età adulta significa sicuramente insegnargli l’autonomia, perché autonomia equivale a libertà. Ma crescere non significa rinunciare ad avere legami, ad appoggiarci talvolta a qualcuno, a sentire il bisogno di compagnia, la necessità del calore degli altri. Nessuno è un’isola.  

Siamo insieme a tavola e Nora ride mentre dice “tutti tutti”, perché a due anni la felicità è averci tutti vicino. E forse anche a venti, quaranta o ottanta anni parte della felicità è avere tutti vicini.

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Il Valore Della Fantasia

Nel ritratto Lucio Pozzi, foto di Gianni Boradori

Amo settembre, per il suo carico di buoni propositi e ripartenze, per la sua luce morbida e avvolgente, per il clima ormai mite e, soprattutto, perché con settembre faccio ritorno alla rassicurante vita di tutti i giorni con il desiderio di cambiarla un po’.

Questo settembre rientro a casa con un bagaglio diverso dal solito. A giorni uscirà il mio primo libro e per la prima volta da quando ho iniziato a scrivere ho il coraggio di pensare a me stessa come a una scrittrice. Sono una scrittrice, perché amo, e so, raccontare storie. Eppure mi ci sono voluti anni per avere il coraggio di pensare a me stessa in questi termini.

Anni per prendere coscienza del mio lato creativo.

Si parla spesso di creatività, e del fatto che sarà sempre più l’abilità fondamentale per affrontare le sfide di un mondo in rapida evoluzione quale è il nostro. Bisogna essere creativi, perché i problemi del mondo che verrà sono diversi da quelli del mondo che lo ha preceduto e sta a noi trovare e soprattutto inventare le soluzioni.

Non ho mai pensato al ruolo della creatività nella mia vita, probabilmente perché non ho mai pensato a me stessa come a una persona creativa.

Ho sempre ritenuto che i miei punti di forza fossero una buona memoria, un solido e ben strutturato pensiero logico-deduttivo e un bagaglio minimo di cultura generale che mi permette di rispondere ai quesiti spiazzanti di mia figlia di tre anni.

Il mestiere che svolgo non appartiene alla schiera di quelli ritenuti “creativi”, dato che trascorro gran parte delle mie giornate a scrivere righe di codice per la progettazione di macchine rotanti, con schermate di numeri che mi scorrono sotto gli occhi come nelle migliori science-fiction.

Non sono nemmeno una persona particolarmente estrosa nell’abbigliamento e, sebbene persino io abbia seguito per un po’ di tempo un talent di cucina, in generale l’obiettivo delle mie cene è togliere la fame e non il respiro.

Mio marito, ingegnere come me, se non altro trascorre il suo tempo libero in cantina, dalla quale riemerge tipo ultimo dei Mohicani ricoperto di segatura e con una sgorbia fra i denti mentre fra le mani tiene il suo ultimo manufatto (solitamente uno sgabello. Non so come mai ma ha la fissa con gli sgabelli).

Io non posso dire di avere una passione altrettanto nobile. Io, al massimo, scrivo, e nemmeno da molto tempo.

Ho iniziato a scrivere a trent’anni ed è stato tutt’altro che facile.

La difficoltà non è risieduta nello scrivere, quello alle volte è faticoso, ma non difficile. Nel mio caso la difficoltà è stata proprio iniziare a scrivere, capire che potevo esprimere su carta tutta quella parte di mondo che non riuscivo a collocare altrove. Talvolta mi domando perché non ho iniziato prima.

Forse perché fino a pochi anni fa’ non avevo nulla da dire? O perché magicamente una mattina è arrivata l’ispirazione?

In realtà molte delle cose che ho scritto erano lì in attesa da moltissimo tempo, addirittura fin dall’infanzia, e più volte avevo fantasticato di riversare i miei pensieri in pagine.

Solo che non lo avevo mai fatto. E non lo avevo mai fatto non per mancanza di tempo o volontà, ma perché credevo che “creare” ed “essere creativi” fossero due caratteristiche che non mi appartenevano, che erano riservate ad una élite di cui non facevo parte.

La verità era che avevo un’ idea tutta sbagliata della creatività e di come si mette in pratica.

Perché il più delle volte essere creativi non significa compiere un gesto isolato e repentino, il momento di estro di un genio, ma significa affrontare un processo che passo dopo passo porta alla realizzazione di qualcosa. Ci si dimentica spesso che creare è intimamente legato al fare.

Nell’enciclopedia Treccani alla voce creatività troviamo: “Virtù
creativa, capacità di creare con l’intelletto e la fantasia”.

Non è l’unica definizione che ne è stata data. A me personalmente piace di più quella del grande designer Bruno Munari che nel suo libro “Fantasia” scrive: “La creatività è tutto ciò che prima non c’era ma realizzabile in modo essenziale e globale”.

Non parla di una virtù astratta e lontana, ma pone l’accento su ciò che la creatività fa: realizza ciò che prima non c’era.

Sir Ken Robinson, famoso educatore e scrittore britannico, nel più noto fra i suoi discorsi su TED, quello del 2006, parla di come l’attuale sistema scolastico uccida la creatività degli studenti.

A suo parere questo accade per un motivo preciso: il sistema scolastico è costruito secondo una “logica fordista” dove l’obiettivo è produrre diplomati in serie, con medesimi contenuti e obiettivi e per tutti gli stessi standard di valutazione.

Non è certo un caso se la scuola pubblica elementare sia nata in Europa a partire dalla prima metà del 1800 (nel 1877 in Italia con la legge Coppino che introduce l’obbligo scolastico nel primo triennio della scuola elementare).

I sistemi di educazione di massa furono progettati per venire incontro alle esigenze di un’economia industriale basata sulla manifattura, sull’ingegneria e le attività ad esse legate, quali costruzioni, miniera e produzione dell’acciaio.

L’industria aveva bisogno di una forza lavoro che fosse per l’ottanta per cento manuale e per il restante venti amministrativa e professionale. Queste esigenze influenzarono la struttura dell’educazione pubblica, nella quale la maggioranza dei bambini aveva accesso alla scuola elementare e solo una piccola minoranza a quella superiore. I pochi con una formazione accademica erano invece per la maggior parte destinati alle università e ai politecnici.

Un grosso cambiamento è avvenuto negli ultimi quarant’anni, che hanno visto sempre un maggior numero di giovani avere accesso ad una educazione terziaria.

Ad oggi, uno degli obiettivi chiave dell’Europa è quello di avere entro il 2020 almeno il 40% dei giovani fra i 30 e 34 anni in possesso di una laurea di primo livello.

E il raggiungimento di questo obiettivo è fondamentale per poter rispondere alle esigenza di quella che va sotto il nome di “knowledge economy”.

Il punto è però che la “knowledge economy” non ha bisogno di personale formato sulla base di standard e routines come durante la seconda rivoluzione industriale.

Parlando dell’attuale sistema scolastico, Sir Ken Robinson lo definisce un “Front-Loading model of education”: l’individuo accumula le risorse educative all’inizio della sua vita e le esaurisce mano a mano che invecchia, come se l’educazione ricevuta fosse funzionale unicamente al futuro professionale.

Eppure io per prima conosco molte persone per cui non c’è stato un percorso lineare fra ciò che hanno studiato e la carriera che hanno avuto.

L’assunzione che ci sia una relazione lineare fra ciò che viene insegnato in classe e ciò che i giovani faranno in seguito fa sì che il sistema scolastico dia priorità a quelle materie che sembrano essere rilevanti per l’economia.

Così, se l’economia chiede più scienziati, bisogna dare pù importanza alle scienze e alla matematica a discapito delle materie umanistiche e artistiche.

Allo stesso modo, se nel mondo del lavoro vengono richiesti programmatori informatici dotati di creatività, che diversamente da quanto si crede comunemente è una dote fondamentale per un programmatore, allora vengono introdotti nelle scuole esercizi pedanti di programmazione al computer, come se questa fosse la strada per ottenere in futuro dei bravi professionisti.

É un errore pensare che ci sia un percorso diretto fra educazione e economia, perché se è vero che i sistemi industriali possono essere standardizzati e lineari, la vita non lo è affatto.

Con questo non dico che le discipline che da sempre sono considerate importanti nel nostro sistema scolastico debbano essere dimenticate. É fondamentale che un bambino impari a leggere e a scrivere in maniera corretta, che sia in grado di comprendere un testo scritto, che sappia risolvere problemi di algebra e geometria e che sviluppi buona memoria e un solido pensiero logico-deduttivo.

Ma non dovrebbe essere indotto a pensare che padroneggiare queste discipline sia più importante di sapere dipingere, danzare o inventare storie.

In “Grammatica della Fantasia” Gianni Rodari parla dei processi della fantasia e delle “regole” della creazione. Non offre degli standard, ma spunti per riflessioni fantastiche, materia grezza da cui partire per creare storie.

E, da maestro quale lui era stato, si augura che “ Un maestro non [sia] pù colui che trasmette un sapere bell’e confezionato, un boccone al giorno […], ma [sia] un adulto che sta con i ragazzi per esprimere il meglio di se stesso, per sviluppare anche in se stesso gli abiti della creazione, dell’immaginazione, dell’impegno costruttivo in una serie di attività che vanno considerate alla pari: quelle di produzione pittorica, plastica, drammatica, musicale, affettiva, morale [..], conoscitiva, costruttiva, ludica, nessuna delle quali intesa come intrattenimento o svago al confronto di altre ritenute più dignitose. Nessuna gerarchia di materie. E al fondo una materia unica: la realtà.”

Era il 1973.

Secondo Rodari, e anche secondo me, la funzione creatrice dell’immaginazione appartiene all’uomo comune come allo scienziato, al tecnico e all’artista, perché è essenziale nelle scoperte scientifiche come nella nascita delle opere d’arte.

E tutti possiamo essere creativi se cresciamo in una società, una famiglia e una scuola che non siano repressive.

Io per prima non potrei svolgere bene il mio lavoro senza l’intuito e la fantasia che mi fanno vedere soluzioni dove prima c’erano problemi.

Dato che creatività è sinonimo di pensiero divergente, che rompe gli schemi dell’esperienza, la “grammatica della fantasia” che Rodari propone è un tentativo fra i tanti per arricchire di stimoli l’ambiente in cui il bambino cresce.

L’immaginazione del bambino stimolata a inventare storie e parole applicherà i suoi strumenti agli altri tratti dell’esperienza che lo stimoleranno.

“Le fiabe servono alla matematica come la matematica serve alle fiabe” scrive Rodari.

E non è un caso se persino Albert Einstein sosteneva: “Se volete che vostro figlio sia intelligente leggetegli delle fiabe. Se volete che sia più intelligente, leggetegliene di più”.

Avendo due figlie in età prescolare trascorro buona parte del mio tempo libero a raccontare e inventare fiabe. Perché, come scrive Alvaro Bibao, neuropsichiatra e padre di tre, nel suo “Il cervello del bambino spiegato ai genitori”, la cosa principale per stimolare intellettualmente i bambini è parlargli tanto, ampliare il più possibile il loro vocabolario e la capacità di articolare i discorsi.

Più parole a disposizione significa poter “pensare meglio”, riuscire a verbalizzare ciò che si percepisce del mondo dentro e fuori di noi.

Il linguaggio è l’esempio più ovvio di quello che va sotto il nome di “pensiero simbolico”, l’abilità di capire che una cosa può rappresentarne un’altra e che i suoni hanno un significato.

Il potere della rappresentazione ha dato origine a intricate forme di pensiero e comunicazione, che permeano il nostro mondo e come lo interpretiamo.

Ovviamente il linguaggio non è l’unico modo per sviluppare le capacità creative, ma raccontare favole ai nostri bambini e farle inventare a loro è un ottimo strumento e la scuola, per lo meno quella che ho frequentato io, lo ha sempre considerato al massimo un’attività ludica.

Come dice Rodari, e come sostiene anche Ken Robinson, bisognerebbe dare spazio e dignità anche ad attività quali la pittura, la danza, il teatro e anche l’abilità di inventare storie.Il mio percorso scolastico si è ormai concluso da tempo, ma mi auguro che le mie bambine trovino una scuola che non uccida la loro creatività. L’ultimo dei Mohicani (ovvero il loro padre) cercherà di trasmettergli la capacità di creare con le mani, io con le parole.

Da quando ho iniziato a scrivere, ormai sei anni fa’, non ho più smesso.

E alla fine ho capito perché non lo avevo fatto prima.

Nel corso dei miei innumerevoli anni di scuola nessuno mi aveva mai chiesto di inventare una favola o scrivere un racconto. I temi scolastici, sebbene utili, hanno una struttura rigida, un tema ben preciso e servono per lo più per verificare le capacità di analisi logica, del periodo e grammaticale oltre alla conoscenza , per lo più mnemonica, del soggetto analizzato.

Inventare una storia è tutto un altro paio di maniche.

E non avendolo mai fatto credevo che fosse necessario avere una sorta di folgorazione divina e che tutto dovesse essere noto prima di prendere la penna in mano, l’inizio, lo svolgimento e l’epilogo della storia.

Inutile dire che per me non funziona così. Non dubito che per altri possa essere così, ma nel mio caso no.

Quando scrivo so sempre da dove parto e mai dove arrivo, la storia nasce piano piano, pagina dopo pagina, e frequenti sono i ripensamenti e le cancellature.

Da quando invento storie per la mia bimba più grande mi incanto ad osservarla mentre mi ascolta, mentre rimane in trepidante attesa dell’arrivo del cattivo della storia (solitamente un povero lupo, non me ne vogliano gli animalisti) e della catarsi finale.

Invento storie per lei e insieme a lei non perché mi auguro che un giorno sia scrittrice, ma perché la sua mente impari a inventare con le parole per poi saper creare con il mezzo che più le piacerà.

In questo settembre gravido di progetti uno di questi è la stampa del mio primo libro. Ho un nuovo biglietto da visita, e ci ho scritto sopra “scrittrice”.

Nel frattempo una nuova storia è in gestazione, e ogni volta che concludo un capitolo e sento che piano piano la trama prende vita fra le mie dita è una gioia tutta mia.

E so di avere lo stesso sorriso stanco e felice che vedo su mio marito quando riemerge dal sottosuolo con il suo sgabello sotto braccio.

In Foto: Lucio Pozzi è nato nel 1935 a Milano. Dopo aver vissuto alcuni anni a Roma, dove studiava architettura, andò negli Stati Uniti nel 1962 come ospite del Seminario Internazionale di Harvard. Poi si trasferì a New York prendendo la cittadinanza Americana. Nel 1978 Il MOMA di New York gli dedicò una delle prime mostre personali della serie Projects Video. Ha insegnato alla Cooper Union, al master di scultura della Yale University, alla Princeton University, al Maryland Institute of Art, all’accademia di Brera. Fa parte della Brera School of Visual Arts. Il suo lavoro è stato presentato a Documenta 6 (1977) e nel padiglione Americano della Biennale di Venezia (1980). é rappresentato in innumerevoli collezioni private e pubbliche ed è salturiamente Visiting artist presso varie scuole d’arte nel Stati Uniti e in Europa.

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L’arte della scelta

Foto di Gianni Boradori

Nel settembre del 2017 mi sono sposata per la seconda volta.

“Che ne dici se chiamo il comune per fissare le pubblicazioni?”

Un breve messaggio whatsapp con cui chiedevo al mio compagno se se la sentiva di diventare mio marito.

“Ok”, è stata la sua ancor più laconica risposta.

Ma non c’era bisogno di dirsi molto di più, avevo dato voce in maniera semplice e diretta a un desiderio di entrambi, e semplice, quasi sbrigativa è stata l’organizzazione del matrimonio. Pochi invitati, quelli più stretti, una cerimonia in comune in una fresca mattina di un giorno feriale e poi a pranzo in un ristorante del centro a pochi passi da Palazzo Vecchio. Volevamo unicamente sposarci, e le nostre aspettative furono perfettamente soddisfatte. Probabilmente perché, come dice Barry Schwartz nel suo saggio “The paradox of choice”, avevamo low expectations.

Nel suo libro il professor Schwartz si pone una domanda apparentemente banale: siamo sicuri che, dato che un livello ragionevole di scelta è una buona cosa, incrementare a dismisura le opzioni a nostra disposizione porti ad un miglioramento della nostra vita? Non è piuttosto che, come argomenta Schwartz, the more is less?

Per poter rispondere a questa domanda Schwartz analizza in maniera chiara e sistematica il processo mentale ed emotivo che accompagna le nostre scelte, le conseguenze che hanno su di noi e sulla nostra autostima e come imparare a gestire questo aspetto della nostra quotidianità.

Nella sua analisi Schwartz prende a modello l’americano medio, ma ritengo che il nostro stile di vita differisca ormai poco da quello di un cittadino statunitense. Il numero di scelte che dobbiamo fronteggiare ogni giorno è esploso negli ultimi anni. Sebbene in Italia per il momento non si sia tenuti a scegliere il tipo di copertura sanitaria o di piano pensionistico, è pur vero che con le liberalizzazioni degli scorsi decenni il cittadino si trovi oggi a dover scegliere autonomamente i fornitori delle utenze, quello dei servizi telefonici, quello dello streaming tv, il piano di mutuo e conto corrente bancario, i fondi di investimento e così via.

Per non parlare, nel caso si abbia dei figli, delle scelte da fare in loro vece: scuola pubblica o privata? E quale scuola? Corso di inglese o spagnolo? E violino o pianoforte?

Oltre a questo, allargando l’orizzonte a scelte di più ampia portata, rispetto ai nostri nonni ci troviamo di fronte a decisioni che loro nella maggior parte dei casi neppure si sognavano di prendere.

La scelta di quale mestiere svolgere, della persona da amare, della fede religiosa a cui aderire, la scelta del proprio aspetto e, in ultima battuta, la scelta di quale persona voler essere.

Rispetto a tre generazioni fa veniamo cresciuti nella convinzione che ciascuna di queste scelte sia possibile nonché naturale e che, soprattutto, dipenda unicamente da noi farlo correttamente.

Inutile dirlo, il fardello di un eventuale fallimento cade sulle nostre spalle. Non sulla società, non sulla famiglia, solo su di noi.

Nel saggio di Schwartz un trafiletto viene dedicato alla “scelta della bellezza”. Può sembrare un argomento frivolo ma ritengo che non lo sia affatto.

Nel 2014 più di 15 milioni di interventi di chirurgia estetica sono stati fatti negli States. È un numero impressionante e in Italia non siamo da meno. Secondo l’IPSAS nello stesso periodo nel nostro paese si è superato il milione di interventi. La cosa più sorprendente è che la chirurgia plastica sia diventata negli ultimi anni una consuetudine nell’ottica del self-improvement.

Messo sotto questi termini il nostro aspetto diventa l’ennesima scelta di cui siamo responsabili.

Una libertà in più che può portare sia gioia che frustrazione.

Sono passati 20 anni dall’uscita del film “Todo sobre mi madre” di Pedro Almodovar in cui una strepitosa Antonia San Juan interpretava Agrado, un transessuale barcelloneta.

Verso la fine del film Agrado tiene un monologo, ed è fulminante. Dopo avere elencato le cifre esorbitanti spese per diventare donna , Agrado, di fronte ad un teatro gremito, conclude sospirando che “costa molto essere autentica, signora mia…e in questo non bisogna essere tirchie perché una è più autentica quanto più somiglia all’idea che ha sognato di sé stessa.”

Mi piace pensare che con la parola “tirchia” non si riferisca unicamente ai soldi, ma anche a tutta la fatica e le energie spese per far combaciare il suo aspetto esteriore con quello interiore.

E se, mi domando io, dopo tanto tribolare Agrado si fosse ancora sentita lontana dal raggiungere il risultato sperato? O se invece le sue aspettative fossero state così idealizzate da diventare irraggiungibili? Nel film Agrado sembra essere una donna a modo suo soddisfatta.

Forse perché, come dice Barry Schwartz nel suo libro, lei appartiene alla categoria dei satisficers, ovvero coloro che si accontentano, e non dei maximizers (massimizzatore). Se vi state domandando a quale categoria appartenete, al seguente link trovate un utile test https://www.psychologistworld.com/cognitive/maximizer-satisficer-decision-making-quiz.

In linea generale, un maximizer è una persona che cerca sempre il meglio e non si accontenta di niente di meno, mentre un satisficer è colui che definisce degli standard per l’abbastanza buono e di quello si accontenta, senza preoccuparsi se là fuori nel mondo può esistere qualcosa di meglio.

Ovviamente nessuno è un massimizzatore assoluto, siamo tutti costretti a scendere a un compromesso, altrimenti ogni nostra scelta richiederebbe risorse o tempo illimitati, ma il punto è che un maximizer dentro di sé aspira a raggiungere quel risultato. E quando viene costretto ad accontentarsi precipita in uno stato di apprensione per tutto ciò che si è perso.
Agli occhi di un maximizer, un satisficer passa per uno che si accontenta della mediocrità, ma non è così. Il satisficer è soddisfatto con ciò che, secondo i suoi personalissimi parametri, è eccellente, senza preoccuparsi del meglio assoluto.

Ed in una società come la nostra che ci investe con una quantità soverchiante di scelte essere un maximizer può fare di noi delle persone perennemente insoddisfatte.

E quindi, verrebbe da dire, qual è la soluzione? Non avere scelte?

Ovviamente no.

Una società senza libertà di scelta è una realtà distopica in cui all’individuo viene negata ogni possibilità di realizzarsi secondo le proprie inclinazioni e desideri.

Una realtà come quella descritta da Margaret Atwood nel “Racconto dell’Ancella”, in cui una teocrazia totalitaria ha sottomesso le donne per asservire il corpo femminile e le sue funzioni riproduttive ai propri scopi.

La particolarità del romanzo è che la Atwood non ha messo in scena eventi del tutto irreali o frutto unicamente di fantasia, ma una serie di comportamenti sociali già avvenuti in altre epoche e paesi.

Nel romanzo l’educazione delle ancelle, meri corpi consacrati alla riproduzione, viene affidata a donne ormai anziane, e quindi inutilizzabili, chiamate zie.

Ed è proprio una di queste a parlare alle sue ancelle di libertà.

Esiste più di un genere di libertà, diceva zia Lydia. La libertà “di” e la libertà “da”. Nei tempi dell’anarchia c’era la libertà “di”. Adesso vi viene data la libertà “da”. Non sottovalutatela”.

La libertà dal dovere scegliere chi essere, perché già tutto deciso, dal dover decidere se avere o meno figli, perché obbligate a farlo, la libertà dal dover lavorare , perché mantenute dallo stato purché asservite ad esso.

Sinceramente non credo sia questa la soluzione, né lo crede tantomeno il professor Schwartz.

La sua idea è piuttosto che sia necessario tornare ad una ecologia della scelta e, sopratutto, ad essere selettivi nell’esercitare il nostro potere di scelta: dobbiamo decidere individualmente quali sono le scelte importanti e focalizzare la nostra energia su queste.

La decisione di quando essere un soggetto che sceglie è la scelta più importante che dobbiamo prendere.

Un modo semplice per alleggerirsi dal fardello di troppe scelte, consiglia Schwartz, non è altro che un metodo dettato dal buon senso: dotiamoci di regole più o meno stringenti.

In un mondo che ci incita a vivere senza regole può sembrare controcorrente, ma è un ottimo modo per semplificarci l’esistenza.

Alcune regole possono essere come i default settings del nostro computer, che operano in background senza che ce ne accorgiamo, altre possono essere invece degli standard, che ci permettono di dividere le opzioni in due categorie chiare: cosa risponde agli standard e cosa no. E poi infine delle regole stringenti di condotta vere e proprie e inderogabili, come ad esempio il principio di non mentire al partner o non usare punizioni fisiche sui propri figli, anche quando sono sul punto di farci uscire di senno.

Così facendo si elimina una buona fetta di scelte e si può dedicare il tempo risparmiato a ciò che è realmente importante per noi.

La libertà di, per chiamarla con le parole di zia Lydia, ha infatti un grandissimo valore espressivo, perchè è ciò che ci permette di dire al mondo chi siamo e a cosa teniamo.

Every choice we make is our testament to our autonomy, to our sense of self-detemination”* continua Schwartz nel suo saggio, e non potrei essere più d’accordo.

Ma è anche vero che ogni scelta comporta tutto un mondo di opportunità che si chiude, e ciascuna di queste opportunità perse presenta un costo emotivo.

Una volta fatta la nostra scelta, tutte le altre opzioni non saranno più possibili e ciò inevitabilmente diminuisce il piacere che ricaviamo da quell’unica che realizziamo.

Maggiore è la percezione del costo delle opportunità perse, minore sarà la soddisfazione per la scelta fatta e maggiore il rimorso per tutte quelle non realizzate.

Oltre a questo, l’esistenza di così tante, troppe alternative fa sì che spesso la nostra mente costruisca un’alternativa che non esiste affatto, e questo è particolarmente vero nel caso di un maximizer, che non si accontenta di nulla di meno del meglio assoluto.

Qualche anno fa una mia vecchia zia guardava una puntata del Maurizio Costanzo Show. Una nota soubrette dissertava delle qualità che avrebbe dovuto avere un uomo per conquistarla.

“Alto, un bel fisico, ma senza andare in palestra, il suo tempo lo deve dedicare a me. Un uomo forte, ma anche sensibile, affettuoso ma deciso, concentrato sulla sua carriera e anche attento alla mia, dedito alla famiglia e ai figli ma sempre pronto a divertirsi. E poi preciso, ordinato, ma anche creativo, estroso e un po’ pazzo. Ah, e poi mi deve viziare in cucina, adoro la buona cucina a lume di candela!”

Mia zia scosse il capo, “Tranquilla cara, che tanto fai la dieta”.

Forse l’uomo ideale della showgirl esisteva solo nella sua immaginazione ed era alla ricerca di qualcosa che nella realtà non c’è. Le sue aspettative erano destinate ad essere disattese.

E se invece poi lo avesse trovato?

Beh, allora saremmo state noi a rosicare di invidia. Perché l’invidia va di pari passo con l’insoddisfazione per le proprie scelte.

Non solo ogni volta che facciamo una scelta incappiamo nel cosiddetto “opportunity cost”, ovvero il costo psicologico per tutte le opportunità perse, ma oltre a questo il numero di opportunità mancate cresce ogni giorno man mano che ci sporgiamo sempre di più per sbirciare nell’orto del vicino e vedere a chi è andata meglio.

Come è noto, ogni esperienza umana non viene valutata in termini assoluti, ma sempre in confronto a qualcos’altro. E se in passato il confronto avveniva sul posto di lavoro, nella propria ristretta cerchia di amici e familiari, nel proprio “stagno”, adesso televisione e social network hanno esteso il termine di paragone al mondo intero.

Come dice Schwartz, al giorno d’oggi siamo tutti immersi in una pozza globale in cui vorremmo poter vivere la vita di chiunque altro.

E ci sarà sempre qualcuno da invidiare. E anche qualcuno da compiangere. E se nel primo caso si parla di upward comparison, nel secondo caso di downward comparison. Il primo porta con sé gelosia, frustrazione e ostilità, il secondo, brutto a dirsi ma, ahimé, vero, porta spesso un incremento nell’autostima e nel buonumore.

Ma non dovrebbe essere così.

Non dovremmo valutare costantemente noi stessi in confronto alla posizione sociale altrui, perché sul lungo periodo ci porta infelicità.

Dovremmo cercare, suggerisce Schwartz, di passare oltre, non rimuginarci sopra, rimanere ancorati ai propri standard interiori e non a quelli esterni, essere anche in questo e una volta di più un satisficer piuttosto che un maximizer.

Saremmo più felici, soffriremmo meno del confronto sociale e potremmo concentrarci su ciò che è veramente importante, in un circolo virtuoso che si autoalimenta.

Abbandoniamo aspettative irrealistiche, cerchiamo di avere, per così dire, “low expectations” e apprezziamo ciò che riusciamo ad ottenere.

Aspettative realistiche porteranno a desiderare qualcosa che è effettivamente realizzabile, aumentando la nostra autostima e portandoci a fare meno scontri frontali con fallimenti disastrosi.

Non dico di non cercare di migliorarsi e spronarsi a fare sempre qualcosina in più, ma il passo deve essere proporzionato alla gamba, altrimenti la caduta diventa troppo probabile e dolorosa.

E in questi casi il principale rischio, secondo Schwartz, è di diventare costantemente insoddisfatti, infelici, frustrati nelle proprie ambizioni, sempre più convinti di non avere alcun controllo sul proprio destino e di scivolare a poco a poco nella depressione, con costi personali e sociali altissimi.

Condivido l’analisi di Schwartz, ma vedo anche un altro rischio.

Il pericolo che scorgo è che piano piano nella società si sviluppi una avversione alla libertà di scelta, propria e, soprattutto, degli altri.

L’avere fallito delle scelte importanti porta con sé un tale carico di dolore da far desiderare di non avere mai preso quelle scelte.

Conosco donne che hanno abortito e che ora si battono per rendere illegale l’interruzione volontaria di gravidanza. Non riuscendo a sopportare il peso del rimorso vorrebbero a posteriori che la società gli avesse impedito di commettere quell’errore, negando ad altre donne la possibilità di scegliere, dando per scontato che siccome per loro è stato uno sbaglio allora lo è per tutte.

Dato che scegliere è doloroso rinunciano alla libertà di scelta. E vorrebbero che a rinunciare fossimo tutti, perché quando convinco il prossimo della mia posizione metto a tacere il dubbio latente che quella posizione possa essere sbagliata. Tanto più sono insicuro e fragile, tanto più sarò intransigente nelle mie posizioni.

Spero sia una mia paura, ma l’avversione che avverto da un po’ di tempo a questa parte nei confronti di tante libertà faticosamente conquistate penso che nasca anche da questo disagio. Una preoccupante concausa fra tante altre.

Scegliere è difficile, è importante imparare a farlo fin da piccoli, coltivando il pensiero critico ed esercitandolo sulle cose veramente importanti.

Una delle decisioni più difficili della mia vita è stata quella di separarmi dal mio primo marito.

Una scelta dolorosa e sofferta, presa senza avere alcuna garanzia che sarebbe stata la scelta giusta.

Ora, a distanza di anni, posso dire che non è stata sbagliata.

In molti mi hanno chiesto: “Perché ti sei sposata, allora?”.

Per tanti motivi, tutti validi in quel momento. E perché sbagliare fa parte del nostro essere umani.

Una volta presa la decisione di separarmi, non ci ho rimuginato. Il fardello del fallimento del mio matrimonio c’era, ma la mia autostima ha retto il colpo e giorno dopo giorno ho cercato di concentrarmi sui tanti aspetti della mia vita che mi regalavano serenità.

Ho un’amica, divorziata come me e con una figlia avuta dall’attuale compagno, che talvolta mi chiede con che coraggio io mi sia sposata una seconda volta.

Io scherzando le rispondo che il coraggio lo ha avuto il mio secondo marito.

Ma non è vero. Il coraggio è di entrambi, di tutti quelli che ogni giorno fanno scelte difficili e si preparano ad affrontare il peso di un eventuale, possibile fallimento.

Impariamo a scegliere, facciamolo poco e bene, diamoci degli standard realizzabili e accontentiamoci una volta che l’opzione scelta li rispetta, guardiamo il meno possibile a cosa fanno gli altri ma volgiamo lo sguardo su ciò che facciamo noi.

E, se anche così facendo, la scelta una volta fatta dovesse rivelarsi sbagliata, facciamocene una ragione e andiamo oltre.

In fondo, The show must go on!

Nato Di Donna

Foto di Gianni Boradori

“L’orologio che aveva a pochi palmi dal naso, sul braccio piegato, era lì a provare che le doglie si ripetevano ogni due minuti; ma, dal momento in cui l’ondata calda del dolore cominciava a risalirle su per la schiena, Martha entrava in un luogo in cui il tempo non esisteva. L’afferrava allora una sofferenza talmente incredibile da lasciarla sbalordita, mentre la sua coscienza si ribellava, protestava: un dolore simile non era possibile che esistesse. Ed era infatti una pena così atroce, che non più di dolore si trattava, ma di una condizione dell’essere. Ogni particella di carne urlava, mentre l’ondata partiva da un qualche punto della sua spina dorsale, e l’attraversava, come una corrente elettrica, una scossa dietro l’altra. [….]

Udì il suono di una spazzola umida sul pavimento: una donna indigena era in ginocchio, intenta a strofinare le mattonelle. […] Martha si tese, gemette, e l’indigena sollevò il capo, la guardò, sorrise per farle coraggio. […] L’indigena andò a dare un’occhiata nel corridoio, poi si avvicinò a Martha. Era giovane, un sorriso sul volto scuro e liscio, la testa coperta da un fazzoletto bianco. Appoggiò la mano, bagnata e sudicia, sul ventre dolente di Martha. “Male”, disse con voce calda. “Male. Male”. Venne un’altra doglia e l’indigena disse: “Fa venire il bambino, fa venire il bambino, fa venire il bambino”. Era una nenia, una vecchia cantilena per il parto. […]

“Sì, missus, sì, fallo venire, fallo venire”. E Martha lasciò che il groppo della sua volontà si sfacesse, si abbandonò, lasciò che la sua mente sprofondasse nel buio della doglia.

“Così va bene, missus, così va bene”. All’improvviso la mano si allontanò, lasciandole un freddo umido sul ventre.”(*1)

Con queste e altre parole Doris Lessing descrive il parto della diciannovenne novella sposa Martha Quest nel Sudafrica del 1939 in “A proper Marriage”. E raramente in letteratura ho trovato una descrizione così intima e vera della realtà del parto. Forse perché a descriverlo è una donna che all’epoca della pubblicazione del romanzo, nel 1954, era già madre di tre figli. Così come madre di tre figli era Adrienne Rich, poetessa e saggista statunitense, che in “Of woman born” del 1975 affronta per la prima volta in chiave femminista il tema della maternità (*2).

Sarà che sono incinta del mio terzo figlio, sarà che una cara amica ha da pochissimo dato alla luce la sua prima bambina, ma in questi giorni di fine novembre la mia mente torna ripetutamente a interrogarsi sul tema della nascita, della maternità, di ciò che significhi per una donna mettere al mondo una nuova vita. Ho letto il saggio della Rich come un assetato ad una fonte, cercando risposte alle tante domande che si accavallano nella mia mente.

Non è la mia prima gravidanza, ma forse è quella che sto affrontando con la maggiore forza, con lo sguardo più lucido, con una diversa sensibilità.

Non è bastata la prima gravidanza, e nemmeno la seconda per farmi interrogare sui significati più profondi di quello che stavo vivendo. C’è voluta la terza, e questo mi sorprende e mi fa sorridere di un sorriso triste, perché mi fa pensare a quanto questa società abbia alienato le donne dall’esperienza della maternità.

È una frase forte, me ne rendo conto, ma è quello che sento.

Se per millenni ci hanno costrette ad un unico ruolo, quello di madre, ora sento che quel ruolo ci è sì sempre richiesto, ma come se fosse uno dei tanti impegni cui dobbiamo fare fronte e non un momento epocale nella vita di una donna, qualunque donna, anche di quelle che ostinatamente cercano di fare come se niente fosse stato, come anche io ho cercato di fare.

Sono seduta sul divano e mi arriva un messaggio. La mia amica, madre da qualche giorno, è finalmente stata dimessa dall’ospedale. Mi dice che il parto le ha lasciato lacerazioni molto pesanti, ha dovuto fare trasfusioni, è stata malissimo e anche ora il dolore è presente. Si sente sola, le viene da piangere, il seno le duole e i capezzoli sono in fiamme. La bambina sta bene, ma la madre è a pezzi. È la realtà del parto. Non sempre è così, a volte va meglio, a volte va peggio.


The Child’s head on his Mother’s hand, 1900 – Kathe Kollwitz

In passato, spesso, andava molto peggio. Fino alla scoperta di Semmelweiss, che terminò la sua vita radiato dall’ordine dei medici e rinchiuso in un manicomio dove, ironia della sorte, morì di sepsi, le donne che venivano ospedalizzate per il parto andavano incontro a quasi morte certa. Fra il diciassettesimo e il diciannovesimo secolo l’Europa fu flagellata da quella che veniva chiamata “febbre puerperale” e che si riteneva fosse causata un’epidemia paragonabile a quella del vaiolo o del colera. Le puerpere morivano di sepsi nelle settimane immediatamente successive al parto a causa delle mani sporche dei medici che le facevano partorire. Le mani delle levatrici non erano certo pulite, ma a differenza dei medici loro seguivano al massimo un parto al giorno, dall’inizio del travaglio a nascita avvenuta, e difficilmente avevano avuto a che fare prima con pazienti malati o addirittura con dei cadaveri. Nel febbraio del 1866 il 25% delle donne che partorirono alla Maternitè di Parigi morirono. Paradossalmente, avevano più possibilità di sopravvivere le donne che partorivano nelle loro sudice e povere case.

Solo dopo la dimostrazione di Pasteur della realtà dell’infezione batterica, l’esortazione che Semmelweiss rivolgeva ai medici perché si lavassero le mani divenne finalmente pratica accettata.

Mentre leggevo questi dati mi domandavo: sarebbe andata diversamente se a morire di parto fossero stati gli uomini? Preferisco non trovare la risposta, ma resta il fatto che nessun uomo è mai morto per mettere al mondo un figlio. Perché siamo tutti nati di donna. Sembra una ovvietà, ma quanto spesso ci si riflette?

Come spesso accade è lo sguardo dei bambini a disvelarci la realtà, perché il nostro occhio ha filtri troppo spessi e sporchi per consentirci di vedere con chiarezza.

Mia figlia Nora ha poco più di due anni ed è affascinata dalla mia pancia. Mi chiede spesso di scoprirla, la tocca, la tasta, la bacia. Sa che dentro c’è un bambino e io la vedo al contempo stupita e perfettamente a suo agio con questa realtà che ha dell’incredibile. Un bambino ormai quasi del tutto formato con le ossa, gli organi, persino i capelli, che si muove e si agita dentro la sua mamma.

Nora beve un bicchier d’acqua e poi viene da me: beve bimbo? Io la rassicuro, il bambino beve, sono io a non fargli sentire la sete. Poi si volta, poggia il bicchiere sul tavolo e domanda a suo padre: te non hai bimbo nella pancia? È a metà una domanda e una affermazione. Suo padre scuote la testa, lui non ha bimbo nella pancia, e per la prima volta avverto come questa impotenza sia qualcosa che caratterizza il maschio della nostra specie da sempre. Un’ovvietà, non c’è dubbio, ma su cui il pensiero cade molto poco frequentemente. Adrienne Rich sostiene che la nascita del patriarcato, se mai c’è stata una società matrilineare prima, sia da ricondurre a quando il maschio si è reso conto di avere un ruolo nella procreazione. Fino a quel momento è probabile che l’ingravidamento delle donne venisse visto come un fenomeno naturale al pari dei cicli della luna e delle maree. Quando il maschio ha capito che non solo aveva un ruolo nella generazione ma che quel figlio era suo figlio, allora è diventato necessario avere il controllo della femmina che lo avrebbe partorito, il controllo dei suoi rapporti sessuali, il controllo del suo corpo, il controllo della sua esistenza.

Il corpo della donna è da sempre un campo politico. La Rich scrive che, ad esempio, “ la legislazione sull’aborto ha sempre seguito i ritmi dell’aggressione economica e militare e del bisogno di manodopera a buon mercato, o gli imperativi del consumismo.[…] In Unione Sovietica, il primo paese moderno a legalizzare l’aborto (nel 1920) lo stato creò delle vere e proprie fabbriche di aborti. In seguito queste vennero abolite e l’aborto fu dichiarato illegale quando si profilò l’eventualità di uno scontro con la Germania.” Come scrive Mary Daly, teologa e filosofa femminista statunitense, “l’aborto non è certo il trionfo finale da tutte auspicato né la fase ultima della rivoluzione.” L’aborto è una misura necessaria dunque, ma non certo il coronamento delle massime aspirazioni. Interrompere una gravidanza non voluta è un diritto che deve essere garantito alle donne, ma non è il trionfo dell’emancipazione femminile.

Sono una ingegnera e ho dimestichezza con i dati. Così, quando ho un dubbio, spesso cerco risposta nei numeri.

Per curiosità ho quindi letto i dati dell’Istat sul numero delle interruzioni volontarie di gravidanza nel 2018:  76044 (il calo è costante, nel 2010 erano state 112463). Per rendere un’idea, nel 2018 i bambini nati in Italia sono stati 439747, nel 2010 erano stati 561944.

Circa il 40 % delle 76044 donne che hanno scelto la iVg nel 2018 non aveva altri figli, il 47%  invece aveva già uno o due figli e di queste ultime oltre la metà erano coniugate. Delle 76044 ivg praticate inoltre più del 60% hanno riguardato donne nella fascia di età 25-39.

Non sono i numeri che mi aspettavo. Mi aspettavo donne più giovani, tutte senza figli e determinate a non averne, magari non adeguatamente formate sui metodi di contraccezione.

Cosa ci dicono invece questi numeri? Nessuno ha la risposta, andrebbe chiesto a quelle oltre 70000 donne le ragioni della loro scelta.

Ma la mia idea è che molte di quelle donne, arrivate magari non senza difficoltà ad avere il primo figlio o il secondo, perchè alle prese con un welfare assente, un mercato del lavoro ostile oppure ormai esiliate da quello stesso mercato e quindi con budget familiari ristretti, rinunciano a proseguire con una nuova gravidanza. E questa scelta viene fatta tanto dalle donne single che da quelle coniugate, segno che la presenza di un partner non è l’unico discriminante sull’intenzione di una donna di portare avanti una gravidanza.

Parlo di interruzioni volontarie di gravidanza non per mettere in discussione il diritto all’aborto che ci siamo faticosamente e dolorosamente conquistato.

È giusto che sia un diritto di ognuna ed è giusto al contempo che la scelta di mettere al mondo un figlio sia appunto tale e che la contraccezione sia diffusa e accessibile, sebbene ricada quasi sempre sulle spalle e sulla salute delle donne. La pillola è prerogativa femminile, sebbene in molti casi dia spiacevoli effetti collaterali, e la stessa cosa dicasi di altri metodi quali la spirale o il diaframma. La riproduzione è responsabilità della donna, tranne poi diventare scontro politico e ideologico ad ogni buona occasione.

Ma così come la scelta di non avere figli deve essere un diritto di ognuna, anche quella di averli dovrebbe esserlo. E non è così. E non sto parlando del diritto ad avere un figlio ad ogni costo, diritto che peraltro non condivido minimamente (negli ultimi anni una pericolosa deriva del diritto al bambino sta oscurando il diritto del bambino). Il corpo della donna non è un corpo difettoso, un corpo il cui difetto è quello di procreare. Non è un corpo che deve essere tenuto sterile fin tanto che la società consente alla donna di permettersi il lusso di procreare.

Il corpo della donna ha piuttosto il meraviglioso dono di poterlo fare, dono che agli uomini è da sempre precluso. Questa ricchezza ora si scontra nelle donne con tutta una serie di paure che le fanno spesso desistere da quello che è un desiderio legittimo nonchè espressione della prima forma di amore disinteressato che ciascuno di noi ha conosciuto in vita sua: quello di una madre.

Quando rimasi incinta della mia prima figlia ricordo distintamente la preoccupazione che mi attanagliò nelle prime settimane di fronte alla prospettiva di doverlo dire sul posto di lavoro. Ricordo anche di una cara amica, incinta anche lei, che quando seppe di essere in attesa di una bambina pianse lacrime amare perché non voleva che la sua creatura fosse femmina come lei, destinata un giorno a trovarsi terrorizzata nel confessare la gravidanza al proprio capo. Quando poi, dopo qualche mese, iniziai a gonfiarmi e a riempirmi sentii gli sguardi di mia madre addosso, occhiate indagatrici con le quali controllava che il mio peso non crescesse troppo, perché altrimenti dopo non sarei tornata come prima. Come se si potesse tornare “come prima”.

Ma in fondo sembra che sia ciò che tutti si aspettano da te. I primi complimenti dopo la nascita della bambina che mi vennero rivolti riguardarono il fatto che “nemmeno sembrava che avessi avuto un figlio”. Il punto era che io quel figlio lo avevo avuto, ma apparentemente per tutti la maggiore virtù era che la cosa quasi passasse inosservata.

Se ripenso al mio primo parto, e questo accade più di frequente adesso che il prossimo si fa più vicino, penso che sono stata fortunata. Ma lo penso ora, a quasi cinque anni di distanza. Quando ancora non avevo idea di cosa mi sarebbe toccato cercavo di immaginarmelo dai racconti di mia madre. Lei ha messo al mondo solo me, e l’unica cosa che ricorda è un ostetrico uomo che saltandole sulla pancia alla fine mi ha fatto nascere a forza, senza che lei avesse alcuna contrazione di espulsione. Aveva avuto le prime doglie a mezzanotte e io ero nata alle cinque del mattino. Solo cinque ore per mettere al mondo la sua prima figlia. Decisamente né il medico né l’ostetrico avevano avuto pazienza.

Adrienne Rich non a caso intitola uno dei capitoli del suo saggio “parto alienato”. Un parto sottratto alla donna, medicalizzato, affrettato, indotto. Adrienne Rich ebbe tre figli a distanza di due anni l’uno dall’altro, poi scelse di farsi sterilizzare. In nessuno dei parti lei ebbe parte attiva, ma venne sedata non appena arrivata in sala parto e svegliata a nascita avvenuta. Negli anni ’50 negli Stati Uniti questa era la prassi, la donna era un corpo incosciente nelle mani frettolose dei medici.

Se prima di avere la mia bambina mi avessero proposto un parto siffatto sono sicura che avrei accettato. Avevo paura e non avevo alcuna fiducia nella mia capacità di generare la vita. Ma sono stata fortunata. Il mio primo travaglio non è stato breve né, ovviamente, indolore, ma sono capitata nelle mani di un’ostetrica paziente che ha avuto fiducia in me e nella mia creatura. Mi ha sconsigliato l’epidurale, e io lì per lì mi sono odiata per averle dato retta. Ora, a distanza di anni e dopo avere elaborato quella nascita, penso che sia stata la scelta giusta. L’epidurale avrebbe interrotto il mio lavoro e io avrei perso il contatto, sebbene flebile dopo tante ore di dolore, che avevo con il mio corpo.

Gli slogan femministi reclamano il diritto delle donne ad avere il controllo dei loro corpi, ma il punto è che noi non solo dobbiamo averne il controllo, noi siamo il nostro corpo, e dobbiamo tenerlo presente ogni volta che pensiamo che sia possibile spegnerlo o alienarlo senza che questo abbia conseguenze nefaste.

Il corpo delle donne è fatto per dare vita, ed è una capacità unica che riguarda solo noi. È vero che per la crescita armonica di un bambino ci sarà poi bisogno dell’amore di entrambe le figure genitoriali e che è arrivato il tempo che il lavoro di cura e accudimento arrivi tanto dalla madre che dal padre. Ma non si può negare la realtà biologica della maternità, la gestazione lunga nove mesi in cui si instaura un legame che accompagnerà il nuovo essere per tutta la vita, la realtà del parto, il bisogno del bambino appena nato del contatto con il corpo della madre, di sentire il suono del battito del suo cuore e della sua voce, l’odore della sua pelle.

La nostra società ha un bisogno disperato di una figura paterna nuova, capace di dare amore e ascolto oltre che guida e direzione,  ma al contempo non bisogna perdere la figura della madre, che nessuno però sembra vedere a rischio. Si fa sempre un gran parlare dei padri, troppo poco delle madri.

Quando io sono nata mia madre mi ha visto appena. Sono stata lavata, vestita e messa nella nursery. Mia madre mi vedeva solo per le poppate programmate e solo per pochi minuti. Poi le è stato insegnato a farmi mangiare a intervalli regolari, nonostante i pianti, e di farmi dormire da sola nella mia stanza fin dalla prima notte a casa insieme. Nove mesi trascorsi in simbiosi e poi all’improvviso relegata in una culla lontana anche solo dal suo odore.

Quando è nata Luisa mia madre mi diceva: non tenerla troppo in braccio o la vizierai. Non parlava così per darmi un dispiacere, è che le era stato insegnato così. Ma separare madre e figlio nei primi mesi dopo la nascita fa male a entrambi e non è funzionale a nessuno.

Ora che Luisa e Nora hanno due e quattro anni dormono nella loro camera, ma spesso sgattaiolano fuori nel mezzo della notte e vengono a cercarmi nel lettone. Io le accolgo e me le tengo strette, anche adesso che con la pancia grossa non è più tanto semplice. Restiamo abbracciate, e sono sicura che il bambino che ho nella pancia conosce già il loro calore e la loro voce. A volte la gioia che mi prende è così intensa che mi domando come mai avessi così paura di restare incinta la prima volta.

La mia vita è cambiata, le priorità non sono più le stesse, il mio corpo è invecchiato e si è sciupato, il lavoro e la carriera, sebbene non li abbia lasciati, sono spesso relegati in secondo piano. Ma non mi pento. È una fase della vita e sono sicura che ripenserò a questi giorni come ai più belli.

E spero con tutto il cuore che il mio prossimo parto sia come il secondo. È durato molto meno del primo, è stato tanto doloroso ma non ho mai perso il contatto con me stessa e con la mia bambina che stava per nascere.

Il padre era lì presente con me, e quando la bambina è nata ha pianto per il sollievo, perché non ci credeva che potesse essere così bello.

A lui non toccherà il dolore, ma non potrà nemmeno mai provare quello che io come donna posso provare dando la vita. Ed è qualcosa cui come donne e come persone possiamo rinunciare, se lo riteniamo giusto, ma non se a imporcelo è per l’ennesima volta una società che dispone dei nostri corpi come se fosse legittimata a farlo. Dare la vita è un nostro diritto e dobbiamo pretendere oltre al diritto all’aborto anche il diritto a poter mettere al mondo e crescere dei figli senza che per farlo si debba tornare a fare gli angeli del focolare o a morire di fatica e sensi di colpa nel tentativo disperato di conciliare tutto.

Gli uomini sono chiamati a fare la loro parte, e a non dimenticarsi che siamo tutti nati di donna.

*1 Doris Lessing, “Un matrimonio per bene”, traduzione di Francesco Saba Sardi, Feltrinelli 2009

*2 Adrienne Rich, “Nato di Donna”, Garzanti 1983

Proverbio Georgiano

Amore, amore, amore.. – Foto di Gianni Boradori

Oggi è il 28 marzo, sono le nove di sera e sono in camera. Sono seduta in poltrona, tengo le gambe stese e i piedi appoggiati sul bordo del letto mentre con movimenti decisi digito queste parole sulla tastiera del portatile. Accanto a me mia figlia di venti mesi gioca, dice “buio” e mi gira intorno. Nell’altra stanza mio marito e mia figlia di quasi quattro anni guardano un cartone animato su Netflix.

Oggi ho pulito casa, normalmente sarebbe venuta la signora delle pulizie, ma ormai nulla è normale.

Da venti giorni non esco di casa.

Talvolta vado in terrazza o mi affaccio alla finestra, ma non sono uscita una sola volta. La mia casa è grande, ho tre finestre che danno su una piazza e in questi giorni ho osservato lo sbocciare della primavera, con gli alberi di pruno che sono diventati bianchi come batuffoli di cotone, e poi il ritorno dell’inverno, con qualche fiocco di neve trascinato in volo dalle montagne. Oggi il clima si è fatto di nuovo mite. Sono uscita sul balcone che si affaccia sulla corte interna e ho scambiato due chiacchere con la ragazza che abita al piano di sotto è che è incinta del terzo figlio.

“Dovrebbe nascere a metà settembre” mi dice con un sorriso accennato. E entrambe pensiamo la stessa cosa: sarà tutto finito a settembre?

Due giorni fa è nata la figlia di un’amica. Parto cesareo, la bambina era podalica. É venuta al mondo ed è stata messa in incubatrice, la madre non l’ha vista se non dopo parecchie ore. Dovevano farle il tampone. Così come lo hanno fatto a suo marito, che ha dovuto aspettare una giornata intera prima di poter vedere la sua prima figlia. Ora sono a casa e stanno bene. E io penso a come saranno questi primi giorni a tre chiusi fra quattro mura. E mi auguro con tutto il cuore che la mamma stia bene, perché mai come in questo momento siamo soli, e questo non fa bene a nessuno, e a una neomamma ancora meno.

Io sono fortunata, non mi sento sola. A casa con le bambine è sempre festa, la loro allegria travolge e cancella i brutti pensieri.

Stasera ci hanno chiamato i nonni da Siena.

“Venite domani?”, gli ha domandato Luisa.

“Non possiamo”.

“Perché c’è il vuris? Se uscite il vuris vi entra nel pancino e morite tutti”

“No”, ha risposto la nonna, “guariamo tutti”.

“No, morite” ha insistito Luisa. Ma lo diceva senza preoccupazione, non so se abbia ancora capito cosa è la morte. Il problema è che ha ragione Luisa. Se prendi il vuris, come dice lei, muori. Non sempre, si intende, ma le percentuali non sono rassicuranti.

“È poco più di un’influenza”, ho ripetuto fino allo stremo a mia madre nei mesi scorsi, da quando si è saputo di quello che stava accadendo in Cina e poi quando il primo caso è avvenuto da noi a Codogno. La volevo rassicurare, non volevo si facesse prendere da un panico immotivato, desideravo restasse tranquilla. Lei mi guardava e scuoteva la testa: “Se arriva da noi è un gran casino”, mi diceva.

Aveva ragione. E abbiamo sbagliato tutti a non farci prendere dal panico.

Ivan Krastev scrive proprio in questi giorni su Internazionale che “gli attentati terroristici, la crisi economica e quella migratoria hanno convinto i governi che il panico è il loro peggior nemico”. Se dopo un attentato, scrive ancora, la gente evitava di uscire di casa faceva il gioco dei terroristi. E in molti casi un cambio nelle abitudini ha amplificato i costi economici della crisi finanziaria del 2008. Per questo nella fase iniziale ci sono arrivati tutti quei messaggi che ci invitavano a mantenere la calma, a continuare a vivere come prima, a non esagerare e non sopravvalutare il rischio. Niente mascherine, tutti a cena fuori, scuole aperte.

Mia mamma mi diceva di lavorare in da casa, di non andare in ufficio, di non frequentare i ristoranti. Non ho fatto nulla di tutto questo, ho continuato la mia vita di sempre. Mi veniva detto di fare così.

Ora invece è tutto cambiato, mi dicono di stare a casa e mi rendo conto che se prima il loro obiettivo era quello di non farmi cadere nel panico adesso è esattamente l’opposto: mi vogliono spaventare. Per contenere la pandemia dobbiamo avere paura e cambiare totalmente il nostro stile di vita. E più paura abbiamo e più restiamo a casa. L’unica domanda che però mi pongo è: fino a quando potremo stare chiusi in casa?

Io sono fortunata, e non solo perché ho una bella famiglia e una casa accogliente. Sono impiegata in un’azienda ritenuta strategica e, seppure a fatica, continuo a lavorare, e a guadagnare. Ma per molti non è così. Quanto a lungo dureranno i loro risparmi, a patto che ne abbiano? E quanto ci metterà lo stato a intervenire? Se non si può lavorare, di cosa si vive? È vero, l’importante è vivere, ma se questo si trasforma per troppi di noi in sopravvivere come si fa?

Dieci giorni fa ho chiamato una cara amica medico. Le ho prestato la maschera FPP3 che mio marito usa in falegnameria perché il nostro sistema sanitario nazionale non le passa i dispositi di protezione necessari. É incinta di poche settimane e ha il terrore di ammalarsi. Quando le ho detto che temevo che con la crisi attuale anche la mia azienda avrebbe potuto decidere di mandarci in cassa integrazione lei mi ha risposto che la cosa importante non era tanto ritrovarsi o meno in cassa integrazione, quanto arrivarci vivi. É forse stato quello il momento in cui ho iniziato ad avere paura sul serio.

Domani è previsto sole e venti gradi. Prenderò il caffè in terrazza e, se le mie figlie me lo consentiranno, mi metterò a leggere Anna Karenina mentre il sole mi scalda le ossa. È uno dei miei buoni propositi finire questo romanzo di Tolstoy, tanto per avere un obiettivo, una scadenza senza data. Quando lo avrò finito saremo fuori da tutto questo, mi dico, e, impercettibilmente, rallento la mia lettura.

Spero di incontrare il mio vicino di casa domani. Si chiama Dario ed è insegnante di pianoforte. Gli voglio dare una copia del mio romanzo, mi ha aiutato a fare una revisione formale degli spartiti che vi compaiono all’interno, sono sette poesie e le musiche sono originali, le ha composte mio marito. Il romanzo è uscito ieri, il 27 marzo 2020, e penso fra me e me che non potevo scegliere momento peggiore, con tutte le librerie chiuse e l’Italia bloccata. Ma non ho il coraggio di lamentarmi e, sinceramente, ho la sensazione che nessuno attorno a me lo stia facendo. Quando la disgrazia colpisce solo te ti arrabbi con il mondo, quando colpisce tutti resti in silenzio e rispetti la sofferenza degli altri.

Mi riprometto di mettere il libro sul comò vicino alla porta finestra prima di andare a dormire, così domattina mi ricorderò di passarglielo dal balcone. Spero che lo legga, così potremo fare due chiacchere su qualcosa che non sia questo virus. In questi giorni leggere un romanzo è difficile, perché si ha la percezione che una qualunque realtà diversa da quella che stiamo vivendo non sia possibile. E invece non solo è possibile, ma presto tante realtà diverse torneranno ad affollarsi nelle nostre vite appiattite da questi arresti domiciliari. Perché nella vita tutto passa, e passerà anche questo. 

Il sette marzo, l’ultimo giorno in cui sono uscita, ero a cena con degli amici. Eravamo lì tranquilli e ancora del tutto ignari di ciò che ci sarebbe accaduto nei giorni seguenti. É vero, la Lombardia era zona rossa, ma ci sembrava tutto così lontano. Non avevamo minimamente idea della tragedia che si stava consumando negli ospedali di Bergamo e Brescia, lo avremmo scoperto solo dopo. Ci veniva detto che a morire erano solo i vecchi e i malati, come se fosse addirittura un bene che si levassero finalmente di mezzo, quasi che il valore di una persona dipendesse ormai da se e quanto è produttiva. Dal suo contributo al Pil, per così dire.  

La coppia che era con noi era, o meglio è, di origine Georgiana. Lui è venuto in Italia con la famiglia a quindici anni, lei pochi anni fa dopo avere finito l’università. Non sopportava di restare nella città in cui aveva passato metà della sua vita e per puro caso aveva scelto come luogo di espatrio il nostro paese.   Le ho domandato come mai avesse voluto fuggire da casa sua. Lei mi ha guardato con uno sguardo strano, e poi deve essersi fidata di me perché mi ha aperto il suo cuore. Mi ha raccontato di avere trascorso trascorso l’infanzia in una ricca regione della Georgia dove i suoi genitori avevano una bella casa e un buon lavoro con cui mantenevano più che dignitosamente lei e la sorellina.  

Poi una mattina, quando lei aveva appena dieci anni, si è svegliata e c’era la guerra. Erano arrivati “i russi”. Dovettero fuggire e si ritrovarono senza nulla. Suo padre venne fatto prigioniero e liberato solo dopo molti anni. Lei, la madre e la sorella si dovettero adattare con fatica a quella nuova realtà fatta di fame e miseria. A distanza di tanti anni lei non era riuscita a dimenticarlo e aveva in odio la città dove ora vivevano i suoi genitori, perché ogni giorno le ricordava di ciò che avevano irrimediabilmente perduto.  Per questo se ne era andata appena aveva potuto.

Quando ha finito il suo triste racconto mi ha sorriso con rassegnazione e mi ha detto un proverbio georgiano:

“L’uomo fa progetti e Dio ride”. 

Dio sta ridendo di tutti noi. 

Pochi figli, molti problemi

Foto di Gianni Boradori

Nel 1964 mia nonna aveva trentasette anni ed era incinta per la terza volta.

Per la quarta ad essere precisi, se si conta l’aborto di qualche anno prima.

Non voleva un terzo figlio, era più che soddisfatta di avere avuto mia madre e mio zio, che all’epoca avevano 9 e 8  anni rispettivamente.

Fu seriamente tentata di abortire, illegalmente e con tutti i rischi del caso, ma all’ultimo ebbe un  ripensamento e il settembre di quell’anno nacque mia zia.

La chiamò Morena, nome insolito ed esotico pescato chissà dove.

Mia zia fu uno dei 1.035.000 bambini nati in quello che fu poi definito l’anno del baby boom.

“Quando ancora si facevano figli” recitano spesso articoli su vari quotidiani ogni qual volta l’Istat pubblica nuovi dati sulle nascite in Italia.

Nascite che dal picco del 1964 sono in costante calo e sono scese per la rima volta sotto la quota del mezzo milione nel 2017.

Al di là del dato sensazionalistico, cosa ci dice questo numero?

E, soprattutto, significa che siamo di fronte ad un problema ora o nell’immediato futuro?

E che tipo di problema, di quale entità?

A uno degli ingressi dell’Università di Zurigo è eretto un decalogo per il problem solving. Il secondo punto, uno dei più importanti è “know the problem”.

Ed è così che alla centesima volta in cui mi sentivo dire con estrema convinzione che le ragioni di tale calo sono da ricercarsi nella poca voglia degli attuali giovani, categoria bistrattata di cui per ancora qualche anno farò parte, di avere figli ho deciso di documentarmi.

Ed è così che mi sono imbattuta in un testo uscito lo scorso ottobre e che titola “Genitori cercasi. L’Italia nella trappola demografica”, di Letizia Mencarini e Daniele Vignoli.

Gli autori cercano di dare una fotografia fedele della realtà demografica italiana, indagando le ragioni che hanno portato a questa situazione e prospettando gli scenari più plausibili di una sua evoluzione nel prossimo futuro.

La prima constatazione, per altro intuibile da chiunque presti un minimo di attenzione alla realtà che la circonda, è che l’Italia è un paese di non-giovani.

Guardando la figura 1 vediamo infatti come la fetta più ampia della popolazione ha fra i quaranta e i cinquantaquattro anni. Si tratta appunto dei figli del baby boom e degli anni immediatamente successivi.

Sono non-giovani nel senso stretto della parola, ancora attivi lavorativamente, ma con bassi tassi di fecondità. Sempre con riferimento alla figura 1 vediamo come a partire dal massimo della fascia 45-49 anni al salire dell’età la piramide si restringa. Con l’aumentare dell’aspettativa media di vita anche questa fetta di popolazione è cresciuta negli ultimi decenni di pari passo con un maggiore grado di benessere e con gli avanzamenti nella scienza medica.

Se però guardiamo alle fasce di popolazione sotto i 40-45 anni notiamo che anche qui la piramide si restringe, raggiungendo un minimo, come vedremo preoccupante, nella fascia 0-4 anni.

A partire dalla fotografia della realtà demografica attuale Mencarini e Vignoli tentano da un lato di ricostruire come si sia giunti a questa situazione e dall’altro di delineare possibili scenari nel futuro prossimo, ovvero di qui a venti anni.

Ciò che emerge è che, contrariamente all’immaginario comune, gli anni del baby boom non furono caratterizzati da un aumento sensibile della fecondità, dove con fecondità si intende il numero di nati vivi diviso il numero di donne in età fertile (convenzionalmente 15-49 anni).

In poche parole negli anni ’60 le donne non ebbero improvvisamente più figli rispetto agli anni precedenti, piuttosto il clima di ottimismo e di rinascita economica fece sì che le donne oltre i 30 anni che già avevano figli ebbero il terzo o quarto figlio, esattamente come accadde a mia nonna, mentre coppie appena sposate di ventenni anticiparono molto l’età a cui avere il primo figlio.

Trascurando quindi il picco apparente del 1964, il numero dei figli per donna è in costante calo dal 1946 (3 figli per donna) ad oggi (1.34 nel 2017), ovvero ampiamente al di sotto del tasso minimo di sostituzione (2.1) che garantisce il mantenimento di una popolazione.

Tra il 1967 e il 1987 la fecondità delle donne tra i 20 e i 24 anni quasi si dimezza e inizia a declinare a ritmo sostenuto anche tra le trentenni. La contrazione della fecondità continua fino al 1995 quando il numero medio di figli per donna raggiunge il suo minimo storico con 1.19.

Dal 1996 al 2008 si ha quella che si chiama la ripresina, in cui la fecondità risale fino a toccare quota 1.45, per poi scendere nuovamente.

Non si è trattato però di una vera ripresa, semplicemente piuttosto si stavano affrettando a procreare donne che per lungo tempo avevano rimandato la maternità e stavano avvicinandosi ai 40 anni.   

Con la crisi economica del 2008 la “ripresina” si blocca e il trend negativo riprende fino ai giorni nostri in cui si è toccato il minimo storico dei nuovi nati in Italia.

Le giovani donne di oggi hanno in media tanti figli quanti le loro madri negli anni ’80, ma essendo in numero nettamente inferiore nascono inevitabilmente molti meno bambini.

Nel delineare i possibili scenari futuri Mencarini e Vignoli devono fare delle ipostesi. In particolare considerano come più affidabile lo scenario di previsione base realizzato dall’EUROSTAT a partire dai dati del 1 gennaio 2016, che ipotizza una prosecuzione dei trend di mortalità, fecondità e migrazioni internazionali nei prossimi due decenni.

In figura 2 è riportata la struttura per età della popolazione italiana al 2020, 2030 e 2040. In particolare la percentuale di anziani (over 65) passerà dall’attuale 23.1% al 32.1%, mentre le donne in età riproduttiva diminuiranno fino a essere poco meno del 35% nel 2040. In quell’anno avremo ben 273 anziani per 100 giovani (0-14 anni), mentre la popolazione in età attiva (cioè tra 15 e 64 anni) sarà pari al solo 56% della popolazione totale.

Messo in questi termini lo scenario è, a mio parere, più che allarmante.

Nel sopracitato decalogo di Zurigo c’è “know the problem” che fra gli altri significati ha quello di “prendere coscienza del problema”.

E questo è un problema enorme di cui in Italia non si fa menzione, totalmente assente dall’agenda politica di maggioranza e opposizione che tendono a ragionare su archi temporali decisamente più brevi.

Si tratta inoltre di un problema nuovo mai capitato prima nella storia dell’uomo. E non si tratta di un problema limitato all’Italia, ma che riguarda tutta la vecchia Europa, sebbene in misura diversa nei vari paesi.

Sebbene negli ultimi anni abbia preso piede in numerosi contesti la teoria della decrescita felice e che ci sia chi, alla luce dei numeri, alzi le spalle dicendo che meno popolazione significa anche in media più risorse pro-capite, è indubbio che ciò che ci deve spaventare è la rapidità di variazione. Una decrescita guidata da un tasso di fecondità di 1.9 figli per donna sarebbe sostenibile dal sistema di welfare a cui siamo abituati, mentre l’attuale tasso di 1.34 porterà sulle spalle dei giovani un carico che non potranno sopportare, mettendo in discussione la società per come la conosciamo. L’idea di innalzare l’età pensionistica sarà un rimedio parziale, perché applicabile solo a lavori non usuranti, e perché tratterrà negli altri del personale meno aggiornato e per forza di cose più stanco.

Nella loro analisi Mencarini e Vignoli non propongono soluzioni e sottolineano come non ci sia modo di recuperare il tempo perso, i non-nati dei decenni passati sono ormai perduti e nemmeno un’immigrazione massiccia da paesi ad alta fecondità può porre un reale argine al problema, perché si tratterebbe di numeri così alti da impedire una reale integrazione.

Ciò non toglie che non si debba pensare a come invertire il trend, ciò che è perso non tornerà ma per il bene delle prossime generazioni dobbiamo impegnarci per il futuro.

Una delle tecniche più note di problem-solving è l’APS, o Applied Problem-Solving, i cui step iniziali sono la ricostruzione degli accadimenti, la definizione del problema e l’individuazione delle cause fino all’emergere della Root Cause.

Sulle cause è stato scritto e detto di tutto, da chi negli anni ’70 dava la colpa alla legalizzazione dell’aborto (La peste blanche, Pierre Chanu), chi alla secolarizzazione della società e la conseguente perdita di valori cristiani, chi al crescente numero di donne occupate e all’incapacità di conciliare maternità e lavoro, chi all’aumento della precarizzazione del mondo del lavoro e dell’incertezza sul futuro, chi infine al fatto che, molto semplicemente, avere figli sia diventato antieconomico.

C’è poi chi addirittura dà la colpa all’eccessiva scolarizzazione della donna, sebbene la realtà dei paesi scandinavi sconfessi quest’ultima tesi.

Non ho certo le competenze per poter dire a quale, o quali, fra queste cause sia da imputare la situazione attuale, né in che misura. Posso però fare alcune considerazioni unicamente sulla base della mia esperienza personale.

Non hanno pretesa di universalità ma unicamente di essere uno spunto di riflessione.

Non mi vergogno di ammettere che quando sono rimasta incinta della mia prima figlia una parte di me pensava che la mia vita, per lo meno come l’avevo intesa fino a quel momento, sarebbe finita e la cosa, devo ammettere, mi dispiaceva. Meno libertà, meno viaggi, meno tempo da poter dedicare a me stessa e alla mia realizzazione.

Nessuno mi aveva parlato di quello che avrei guadagnato dall’esperienza di essere madre, solo quello che avrei perso. Perché, ammettiamolo, essere genitore non va così di moda.

Nel 2017 in Italia la metà delle madri in età fertile non ha figli. Non è detto che non li possa avere in futuro ma è un dato che al momento non li abbia. Tra il 2005 e il 2010 quasi un quarto delle italiane nate nel 1965 è arrivata alla fine dell’età fertile senza avere figli. E molte di queste sono child-free e non child-less, ovvero lo sono per scelta. Secolarizzazione della società, cambiamento nella scala dei valori o, penso io, obiettivo della moderna società dei consumi, in cui si ha un trasferimento della ricchezza dai non-nati ai vivi che sono così liberi di spenderla in bisogni non essenziali.

Molte altre donne sono invece, purtroppo, child-less, il più delle volte per avere rimandato la maternità fino a età in cui è molto più difficile concepire.

Sulle ragioni del rinvio si è tentati in più modi di investigare, ma il problema principale che io vedo nella realtà dei miei coetanei è una situazione lavorativa che a fine anni ’90 ci era stata venduta come il trionfo della flessibilità, ma che poi si è rivelata essere solo costante precarietà.

Vi è poi una fetta di popolazione che, arrivato il primo figlio, rinuncia a farne un secondo o un terzo. E in questo caso l’ostacolo principale è da un lato la difficile conciliazione di casa e lavoro, dall’altro un’annosa carenza nei servizi all’infanzia. Senza contare che, essendo divenuto antieconomico avere bambini, solo una seria politica di assegni familiari e sgravi fiscali, non solo per i ceti disagiati ma anche per il ceto medio, potrebbe dare la giusta spinta alle coppie per non crescere sempre più figli unici.

Politica che dovrebbe mantenersi costante nel tempo e nell’avvicendarsi dei colori politici al governo, così come avviene da decenni in Francia, unico paese in Europa con un valore di fecondità prossimo al tasso di sostituzione.

Alla luce di queste considerazioni penso a me stessa, e penso a come le mie scelte si siano susseguite al pari di una pallina che rimbalza in un flipper, le cui sponde non sono altro che i condizionamenti della società.

Sono arrivata ad avere, con poca convinzione, la mia prima figlia a 32 anni, pensando troppo a ciò che perdevo e poco a quello che avrei guadagnato. Ho avuto la fortuna di avere un lavoro allo stesso tempo stabile e flessibile e soprattutto non precario, che mi ha permesso da un lato di conciliare casa e professione e dall’altro di pensare seriamente ad avere un secondo figlio.

Secondo figlio che per forza di cose è arrivato a breve giro, essendo io ormai ampiamente oltre i 30 anni.

Ora accarezzo l’idea di avere un terzo bambino, ma l’assenza di servizi all’infanzia nonché di incentivi, oltre a un’età che si avvicina ai quaranta, mi dissuade.

Rispetto a mia madre, che negli anni ’80 riuscì ad avere solo me principalmente a causa di un lavoro che non le veniva minimamente incontro, sono riuscita a non lasciare mia figlia una figlia unica come me.

Ma siamo sicuri che sia il meglio che siamo capaci di fare?

E soprattutto, come può la nostra politica non considerare questo punto come principale nella sua agenda invece di fissarsi sui decimali di una manovra che ha un anno come orizzonte temporale?

Nel 2020 il problem solving è considerato una delle quattro abilità chiave dal World Economic Forum per il successo di un’azienda.

E per il successo della nostra società?

Dove andremo se oggi ,nel 2018, nel panorama politico questa capacità è totalmente assente a partire dalla semplice individuazione dei problemi?

Non posso che augurarmi per il bene di noi ,futuri anziani, e delle mie figlie, futuri giovani, che la rotta si inverta.

Perché la realtà demografica che prospettano Mencarini e Vignoli non sarà sostenibile né per noi né per loro.

Tracce

Foto di Gianni Boradori

“Pronto?” – silenzio, qualche rumore di sottofondo. “Pronto?”- ancora silenzio, poi un colpo di tosse.

“è il dipartimento di ingegneria industriale, il gruppo del professor …?” mi viene domandato con tono esitante.

“Sì” rispondo decisa ”con chi desidera parlare?”, altro breve scambio di battute e porgo il cordless alla persona richiesta.

La fisso, vedo il suo sguardo mutare, poi aprirsi in un mezzo sorriso ironico: “Lavora con noi, sì, è la nuova dottoranda, ha iniziato da un mese. Non avevi sbagliato numero, è in questa stanza da poco”.

Ecco cosa significava essere la prima dottoranda donna nel mio gruppo di ricerca. Così insolito da lasciare senza parole uno dei nostri partner di ricerca di più lunga data, responsabile di uno dei settori R&D di un grosso gruppo industriale italiano. Poca cosa, direte voi, un breve e lieve imbarazzo risolto con un rapido sorriso. Certo, rispondo io.  In tre anni di dottorato non è più capitato, e con chiunque abbia poi collaborato in seguito si è sempre instaurato un ottimo rapporto di lavoro che andava al di là di qualunque questione di genere. Ero brava, mi dicevano, e tanto bastava. E però quella telefonata non me la sono scordata.

Passa qualche mese ed arriva un’altra telefonata. Questa volta cercano proprio me, vengo chiamata su segnalazione di Alma Laurea: è la responsabile della fondazione Bellisario, cerca giovani laureate in ingegneria Energetica e Nucleare per la sezione Neolaureate del premio che si tiene ogni anno quasi trent’anni. Manca poco alla scadenza e sono pervenute pochissime domande. “Vorrebbe partecipare?”, mi chiede. “Certo” rispondo. Mando curriculum e tesi di laurea in tutta fretta e, incredibilmente, vinco. Per merito, sicuramente, ma forse, mi dico, anche per scarsa concorrenza. Quell’anno in Italia ad esserci laureate in quell’indirizzo siamo poco più di cinquanta.

Passano gli anni, conseguo il dottorato e inizio a lavorare per una grossa azienda metalmeccanica. E conto le donne nel mio reparto: siamo quattro su quaranta. Il mio capo si rallegra di essere riuscito ad assumermi: “è dura trovare donne laureate in ingegneria, le risorse umane faticano a scovarle nonostante ci sia l’imperativo di aumentare anche qui la parità di genere”. Un po’ mi sento una specie protetta, ma poi decido di soprassedere.

Passano altri anni, arriva una figlia ed ecco che, a distanza di quasi due anni, un altro bambino è in arrivo. Al quarto mese, all’ecografica di controllo, la ginecologa mi chiede se voglio conoscere il sesso. Certo che voglio. È un’altra femmina.

Un collega scherzando mi domanda se continuerò a fare figli fino a che non arriva il maschio. Io, seria, rispondo di no.

Due figlie femmine ed io che mi domando che traccia lascerò in loro, come madre, come donna e come ingegnere. Sì, anche come ingegnere, perché è una parte ormai importante di me cui ho dedicato gli ultimi quindici anni della mia vita. Desidero che le mie figlie seguano la mia strada? No, o almeno non necessariamente. Desidero che sembri loro una scelta naturale e spontanea se davvero si confacesse alla loro natura: sì, lo desidero. Cosa mi fa temere che possa non essere così? Perché mi guardo intorno e mi pare che le cose non siano cambiate così tanto dalla realtà descritta da Elena Gianini Belotti nel suo “Dalla parte delle bambine” (1973) e che soprattutto non sia ancora arrivato il cambiamento da lei auspicato, ovvero “ di non formare le bambine a immagine e somiglianza dei maschi, ma di restituire ad ogni individuo che nasce la possibilità di svilupparsi nel modo che gli è più congeniale, indipendentemente dal sesso cui appartiene”.

Nel 2016 l’Eurostat ha diffuso un rapporto sui cinque milioni di cittadini comunitari che si sono laureati nel 2014. Tre ingegneri su quattro sono uomini, l’ottanta per cento dei laureati in pedagogia è di sesso femminile.

E in effetti in tutti gli asili nido che ho visitato il personale era esclusivamente femminile, gli uomini completamente assenti. “Le donne sono più portate naturalmente alla cura dei bambini”, mi viene risposto solitamente. Sicuramente questo è quello che le mie figlie penseranno crescendo, vedendo che solo le donne si prendono cura di loro, e metabolizzeranno l’idea che sia un mestiere da femmine. Eppure, mi dico, il loro padre è bravissimo a occuparsi di loro, così come moltissimi altri padri che conosco. Evidentemente è la paternità a cambiarli, eppure non credo che per insegnare in un asilo si debba necessariamente essere madri. Ma d’altronde io sono un ingegnere e non ho voce in capitolo. Mi dico che le cose cambieranno alle scuole elementari e medie, ma anche lì l’insegnamento è quasi completamente in mano alle donne. Nel 2016/2017 nella scuola primaria solo il 3,6% del personale docente è uomo, mentre in quella di primo grado si sale al 21,9%. Va un po’ meglio con quella di secondo grado, il 34,2%, ma ormai, mi dico, il danno è fatto. Le mie figlie penseranno che insegnare è un mestiere da donna. Perché dico danno? Non perché abbia nulla contro il mestiere di insegnante, che trovo anzi uno dei più nobili che un individuo possa svolgere nella nostra società, ma perché non vorrei mai che venisse scelto unicamente per una questione di genere.

Ma ci sono io, mi ripeto, il mio esempio di donna ingegnere e che lavora mostrerà loro che non devono necessariamente scegliere una facoltà umanistica solo perché sono femmine. Vedranno che amo il mio lavoro, che mi da soddisfazioni e che mi fa sentire realizzata in tutto quel mondo che esiste al di fuori di una casa che amo comunque moltissimo. E che, soprattutto, mi da quell’autonomia che mi ha permesso in tante occasioni di essere veramente libera nelle mie scelte. Perché, come dice Chimamanda Ngozi Adichie in “Cara Ijeawele.Quindici consigli per crescere una bambina femminista” (2017), fai capire a tua figlia che ami il tuo lavoro, e, se proprio non lo ami, amalo per quello che ti da: la tua indipendenza economica.

Perché, sebbene anche il mestiere di ingegnere abbia subito una notevole svalutazione nel corso degli anni, è pur sempre vero che a cinque anni dal conseguimento della laurea i laureati magistrali in ingegneria hanno il reddito medio più alto di tutti e uno dei tassi di disoccupazione più bassi (94% di occupati) [ XVIII Rapporto Almalaurea].

E allora perché abbiamo così tante donne laureate in discipline a più basso tasso di occupazione? Perché in Italia il tasso di occupazione delle donne fra i 15 e i 64 anni è del 49,1%, tra i peggiori dell’Unione con un divario di 13,2 punti rispetto alla media europea? Perché le donne, che pure per tutta la carriera scolastica hanno avuto voti migliori dei colleghi maschi, scelgono facoltà che difficilmente le aiuteranno ad realizzarsi lavorativamente? È davvero la loro vocazione che le relega in certi ambiti o crescono fin da piccole pensando che certe discipline non siano per loro?

Penso a me stessa, a cosa mi ha portato a diventare ingegnere, e credo che alla fine dei conti sia stato l’essere rimasta orfana di padre in tenera età e avere visto mia madre dover provvedere a sé e a me in completa autonomia. Volevo trovare un mestiere che permettesse anche a me di cavarmela (quasi) sempre e comunque. È necessario un passato da libro Cuore per scegliere oggi in Italia di diventare una donna ingegnere? Grazie a dio no, e se mi confronto con le mie colleghe vedo che ognuna ha seguito un percorso diverso. Per tutte però è stata una scelta di rottura, un qualcosa spesso di inaspettato, un apparente cambio di rotta. C’è chi lo ha fatto per non ridursi come sua madre, casalinga insoddisfatta e frustrata, chi perché ha seguito l’amore del liceo che dopo poco la avrebbe mollata fra i libri di analisi matematica, chi ancora perché la realtà del paese gli andava stretta e voleva un lavoro che la avrebbe portata in un mondo più vasto.

Devo ammettere che poche fra queste hanno ammesso di averlo scelto per assecondare una loro inclinazione, anche perché forse fino a quel momento non erano mai state stimolate a appassionarsi alle STEM (Science, Technology, Engineering, Mathematics) tranne poi scoprire, come nel mio caso, una vera passione per queste materie. E le donne del futuro come saranno? Che tracce lasceremo in loro? Come saranno le mie figlie? Potranno dire di avere scelto liberamente la loro professione? Mi auguro di sì, ma c’è ancora molto da fare.

E noi, come professionisti e genitori dovremmo cercare di essere di esempio per le ragazze tanto quanto per i ragazzi, lasciando che le bambine si appassionino alle materie scientifiche, raccontando loro la nostra giornata lavorativa, lasciandole libere di avvicinarsi ai giochi che più le coinvolgono, siano queste costruzioni, bambole o videogiochi. E facciamo la stessa cosa anche con i bambini, perché anche loro, in fondo, subiscono una discriminazione di genere ogni volta che gli viene detto che giocare con un bambolotto non è cosa da maschi. Così forse riusciranno a seguire la loro strada, che sia quella di maestro, come lo fu mio nonno sessantant’anni fa’, o di ingegnere, come lo sono io oggi.

Nell’aprile del 2016 l’Unione Europea ha lanciato #EuFactor, una campagna rivolta ai giovani tra i 16 e i 19 anni per invitarli ad iscriversi alle facoltà STEM, e non a caso: le previsioni dicono che da qui al 2025 ci saranno 2,3 milioni di posti di lavoro vacanti per laureati in queste discipline. E in tutto questo noi vogliamo perderci il brillante contributo delle menti delle nostre figlie? Speriamo di non fare questo errore e di lasciare delle buone tracce al nostro passaggio.

È primavera, tempo di rinascita, buona semina a tutti.

Maternità e telelavoro, alla ricerca di un nuovo equilibrio

Foto di Gianni Boradori

È sabato pomeriggio, mia figlia di sedici mesi dorme e io trovo finalmente il tempo di mettere su carta pensieri che si accavallano già da qualche settimana.

Più precisamente da quando la redattrice con il suo disarmante sorriso mi ha chiesto: “Che ne dici di scrivere qualcosa sul telelavoro? Dato che hai lavorato da casa sinora..”

“Ma certo”, ho risposto, “più che volentieri”, ho persino aggiunto.

<<Ma sì, dieci minuti e scrivo in breve cosa penso di questa esperienza>>, mi sono detta, << esperienza ormai conclusa>>, aggiungo ora.

I dieci minuti si sono trasformati in giorni e poi in settimane perse nel cercare di capire quale fosse veramente la mia opinione sull’opportunità che mi era stata data di telelavorare.

Giorni spesi per arrivare alla fine a maturare una conclusione inaspettata: non ho un’opinione univoca né un giudizio netto su quali siano i pro e contro del lavorare da casa.

Infatti nel corso di questi mesi spesso ciò che a prima vista mi ero aspettata fosse un vantaggio non si è rivelato tale, e viceversa. E, cosa ancora più sorprendente, le stesse cose per cui ho amato il telelavoro me lo hanno fatto odiare, mentre altre che in certi momenti ho disprezzato si sono rivelate utili.

Ma procediamo con ordine, ovvero, come in ogni storia che si rispetti, dal principio.

E l’inizio è stato nel mio caso una gravidanza voluta e inaspettata che mi ha fatto prendere in considerazione per la prima volta l’idea di lavorare da casa.

E così, arrivata senza particolari scossoni o fastidi alla fine del settimo mese di gravidanza, ho deciso di approfittare del telelavoro.

Avevo il mio studio, la mia scrivania, una bella sedia ergonomica e soprattutto un comodo divano a portata di mano. In ufficio difficilmente sarei riuscita a lavorare, mi doleva troppo la schiena, le gambe erano stanche, il tragitto in auto iniziava a essere pesante e la sonnolenza mi coglieva spesso e volentieri di sorpresa.

Sono riuscita a lavorare con la bimba che scalciava dentro di me solo grazie alle comodità offerte dalla mia casa.

Quindi, che dire? Il primo contatto con il telelavoro è stato oltremodo positivo.

Poi, dopo qualche luna, è arrivata Luisa e il tempo ha rallentato fin quasi a fermarsi e i secondi hanno iniziato a seguire il ritmo del suo riposo e dei suoi risvegli. Per cinque brevi mesi siamo esistite solo io e lei.

Ogni tanto riguardo le foto della mia bambina a neanche sei mesi e mi domando se davvero sia stata così piccola o se sia stato tutto un sogno.

Poi mi riscuoto e mi dico che è stato tutto vero e che anzi ad un certo punto ho dovuto decidere cosa fare, se rimanere in congedo parentale o riprendere a lavorare.

Non vi voglio annoiare con tutti i dibattiti interiori che mi hanno poi portato a propendere per una scelta o l’altra, diciamo semplicemente che alla fine ho optato per quello che all’epoca mi era parso un ottimo compromesso: avrei ripreso a lavorare a tempo ridotto, sei ore al giorno, da casa.

Nel momento in cui presi questa decisione pensavo che sarebbe stato un periodo transitorio della durata di non più di tre mesi. È  andata a finire che sono rimasta a casa per nove lunghi mesi.

E come è andata? Anche  qui procediamo con ordine.

All’inizio la cosa più sorprendente è stata la varietà di reazioni delle persone cui comunicavo la notizia che avrei telelavorato:

“Che bello, così stai con la bambina e ti riposi” mi dissero alcuni.

“Che noia, ma come fai a lavorare da sola? Io mi sparerei” replicarono altri.

“Ma ce la fai a fare due cose contemporaneamente? Guarda che è dura!” sentenziarono altri ancora.

Insomma, c’era chi si preoccupava per lo stress eccessivo cui sarei andata incontro, chi si rallegrava per il tempo che avrei potuto continuare a trascorrere con mia figlia, chi temeva che mi sarei depressa terribilmente e che la mia produttività sul lavoro ne avrebbe risentito. Per fortuna il mio manager non era fra questi ultimi.

Ah, dimenticavo, c’era chi proprio non considerava il telelavoro un lavoro vero e proprio e a intervalli regolari mi chiedeva storcendo il naso: “Ma quand’è che rientri te? È gia parecchio che sei a casa..”

Devo ammettere che, con eccezion fatta di questi ultimi, tutti gli altri hanno avuto ragione.

La fatica di fare due cose contemporaneamente, un attimo prima discuti al telefono con un fornitore e quello subito dopo sei a imboccare tua figlia che quel giorno non ne vuole sapere di fare merenda senza di te, sul lungo termine si fa sentire. Si inizia a rimpiangere un caffè con i colleghi, il potersi dedicare al cento per cento ad un’attività, persino il tragitto in auto nel traffico del mattino con la radio accesa e la tua solitudine come unica compagnia.

Aveva altresì ragione chi temeva che mi sarei annoiata perché sì, è inutile negarlo, talvolta mi sono annoiata terribilmente.  Solo la ferrea autodisciplina sviluppata in anni di studi solitari mi ha permesso di rimanere di volta in volta ancorata all’obiettivo e non perdermi negli scoramenti passeggeri che ci sono stati.

Ma, soprattutto, avevano ragione quelli che mi invidiavano per il tempo che avrei potuto trascorrere con mia figlia. Fra una riunione e l’altra, fra una crisi di nervi per un progetto tutto sbagliato e un attimo di gloria per uno che si chiudeva con successo, l’ho vista crescere.

Non mi sono persa il primo ciao ciao con la manina, i primi gattonamenti, la prima volta che ha detto mamma o il primo incontro ravvicinato con un gelato alla fragola.

Non mi sono persa il primo anno di vita di mia figlia.

È per questo che a chi mi chiede se lo rifarei non posso che rispondere di sì.

È stata quindi un’esperienza positiva? Ritengo che le aziende dovrebbero offrire sempre più questa possibilità ai propri dipendenti, o che addirittura il futuro del lavoro è il telelavoro?

A questo non so rispondere.

Ora che mia figlia è più grande ho scelto di rientrare in ufficio.

È stata una mia libera scelta e non mi è stata imposta né in maniera diretta dal mio capo né in maniera indiretta da miei pari. In questi mesi a casa non ho subito mobbing per la mia scelta né un pregiudizio sulla qualità del mio lavoro,  lavoro che , peraltro non è stato né qualitativamente né quantitativamente peggiore di quanto avessi fatto negli anni precedenti.

La verità è che mi mancava il contatto con i colleghi, il sentirmi parte di un team, la possibilità di chiudere tutto fuori e concentrarmi su un problema per volta.

Ritengo che il telelavoro sia uno strumento potentissimo per permettere a uomini e donne indifferentemente una migliore conciliazione di lavoro e vita privata.

Ritengo altresì che sarebbe uno strumento da sfruttare in momenti particolari della propria vita e per periodi più o meno lunghi ma circoscritti nel tempo. Nel mio caso telelavorare ha significato poter lavorare in una casa in cui in quel momento si trovava una cosa estremamente importante: mia figlia neonata.

Ma in fondo anche questa non è che la mia opinione.

P.S. Dimenticavo un dettaglio importante. In questi nove mesi non sono stata sola. Ho avuto mia madre a disposizione otto ore al giorno più gli straordinari. Il telelavoro aiuta, ma da solo non basta! E come sempre…sante mamme!

Transizioni

Foto di Gianni Boradori

È proprio vero che alla fantasia dei bambini basta un particolare.

“è stato il loro viaggio di nozze” mi ripeteva spesso mia madre.

E allora io me li immaginavo seduti l’uno accanto all’altra, stretti nei cappotti di lana pesante, in una mattina di fine inverno dei primi anni ’50 mentre in corriera percorrevano i sessanta chilometri che separavano il borgo appenninico dove erano nati entrambi negli anni ’20 dalla città di Firenze. Non ho mai saputo se i miei nonni materni quel viaggio lo avessero davvero intrapreso in inverno o in estate, né se fossero partiti in compagnia di un’unica valigia o con altri compaesani che come loro avevano deciso di lasciare la miseria delle montagne per il miraggio di una vita migliore.

Ciò che conta è che quel viaggio lo fecero e che poi una vita migliore riuscirono a ottenerla, soprattutto se confrontata con le ristrettezze in cui erano dovuti vivere i loro genitori, senza acqua corrente né elettricità.

Mio nonno aveva unicamente la licenza elementare ma riuscì comunque a mettersi in proprio e, con i proventi di quell’attività, a garantire i propri figli l’istruzione che lui non aveva avuto e una casa confortevole in cui vivere.

Sia mia madre che i suoi fratelli presero il diploma di scuola superiore e i miei nonni avrebbero visto i loro nipoti laurearsi se solo fossero vissuti abbastanza a lungo.

Forte di questa esperienza familiare ho sempre creduto nella mobilità sociale e nel fatto che ognuno di noi possa essere artefice del proprio destino.

Forse è per questo che sono rimasta così sorpresa nel leggere del risultato di uno studio di due ricercatori della banca d’Italia, Guglielmo Barone e Sandro Mocetti, nel quale hanno confrontato la Firenze attuale con quella del 1427. Il risultato è disarmante. Le famiglie più ricche e più povere non sono cambiate negli ultimi sei secoli. In altre parole, in Italia l’ascensore sociale è bloccato dal Rinascimento.

È proprio a partire da questo studio del 2016 che Federico Fubini in “La maestra e la camorrista” (Mondadori 2018) ha condotto una serie di test, principalmente su bambini in età scolare, per capire come mai un paese come il nostro sia caratterizzato da un tale immobilismo ed il perché sia così difficile cambiare la propria condizione se si nasce in un contesto svantaggiato.

In economia esiste una curva che va sotto il nome di “curva del Grande Gatsby” e che descrive la capacità che ha un paese di favorire o meno la mobilità della società. È un grafico ideato dall’economista Miles Corak in cui vengono riportati sui due assi il grado di diseguaglianza e quello di mobilità sociale, verso l’alto o verso il basso, di un dato paese.

La mobilità sociale viene misurata con la probabilità che avranno i figli di avere gli stessi redditi dei genitori e va sotto il nome di “Elasticità intergenerazionale dei redditi”.

Ad un’alta probabilità corrisponde una bassa mobilità sociale e viceversa.

In questo grafico l’Italia si posizione in alto a destra, ovvero ha un alto valore di diseguaglianza, simile a quello della Gran Bretagna o degli Stati Uniti, e una probabilità del 50%.

Ciò significa che un bambino nato in Italia ha il 50% di probabilità di percepire da adulto lo stesso reddito del proprio genitore, a fronte del 30% della Germania o del 20% della Finlandia.

Per intendersi, un paese simile al nostro come la conservatrice Francia ha un’elasticità del 40%.

Ripenso alla mia esperienza alla luce di questi dati.

Mio nonno ha avuto sicuramente redditi molto superiori a quelli dei suoi genitori, ma è anche vero che fra il 1953 e il 1973, gli anni in cui ha fatto crescere la propria attività, l’economia italiana cresceva in media del 5,1% annuo. Erano gli anni del miracolo economico, anni di transizione in cui si registrò il passaggio da un paese tecnologicamente arretrato quale era l’Italia ante-guerra ad uno al passo con la frontiera tecnologica di allora.

Mio nonno riuscì nel suo piccolo a sfruttare al meglio quel periodo, fu fortuna ma anche coraggio, sarebbe potuto rientrare nell’arma dei Carabinieri dove era stato arruolato nei primi anni dopo la fine del conflitto mondiale e invece preferì rischiare.

E i miei genitori? Sia mio padre che mia madre raggiusero il diploma. Nella famiglia di mio padre non c’erano le condizioni economiche per potergli permettere di proseguire gli studi, mentre in quella di mia madre probabilmente nulla lo avrebbe impedito. Lei però scelse di iniziare a lavorare appena qualche mese dopo la maturità. Sentiva che in casa era quello che si aspettavano da lei, era già fidanzata con mio padre e probabilmente non vedeva l’ora di sposarsi. Oppure, semplicemente, non riusciva nemmeno lontanamente ad immaginare sé stessa laureata, nonostante fosse stata una studentessa tutt’altro che mediocre.

E poi veniamo a me. Che mi sarei laureata era un diktat fuori discussione fin dal mio primo arrivo in culla. Nella mia cameretta di infanzia il posto d’onore non lo aveva la casa delle bambole ma la scrivania Leonardo disegnata da Achille Castiglioni per Zanotta, mio padre la aveva acquistata appositamente in vista della mia nascita.

In cosa mi sarei laureata però era tutto da decidere, dato che non c’erano carriere avviate in famiglia da dover proseguire.

Mi sono presa così il famoso foglio di carta e, non contenta, sono anche andata un passettino oltre conseguendo un dottorato in ingegneria industriale.

Se guardo alla mia situazione attuale mi vedo con un buon lavoro e un reddito che, a meno di dieci anni dalla laurea, è paragonabile a quello che aveva mia madre a fine carriera.

Sono forse un’eccezione alla curva di Gatsby Italiana?

Sì e no.

Sì dal punto di vista del puro numero, ovvero dell’annual income.

No dal punto di vista della capacità di inventare sé stessi. Non sono partita da un contesto svantaggiato ma indubbiamente sono riuscita ad avanzare socialmente rispetto ai miei genitori. E allora perché dico che non ho avuto l’ardire di immaginare me stessa?

Nel suo libro Federico Fubini cita un articolo del 2006 di James Heckman in cui si dimostra che le distanze nelle capacità sociali, emotive e cognitive fra bambini di tre anni sono già molto grandi a seconda degli stimoli che hanno ricevuto fino a  quel  momento.

Come scrive giustamente Fubini: “Dai genitori si eredita qualcosa di più di una raccomandazione, un mestiere o un patrimonio”.

E quindi? Sono forse stata poco stimolata dai miei genitori nei miei primi ani di vita?

No, non è il mio caso, anche se forse lo è stato di molti miei coetanei. Ricordo distintamente che già all’elementari c’erano differenze nelle capacità di attenzione e di apprendimento all’interno della classe. Di venti bambini che eravamo, i “primi della classe”, se così si può dire, erano tre, me compresa, e siamo stati gli unici a laurearci. Circa il 15%, in linea con il misero 18% della nostra media nazionale. Tutti hanno raggiunto il diploma di media inferiore, ma alcuni non quello di media superiore, e si parla di ragazzi che ora hanno meno di trentacinque anni.

E allora, se sono fra quei pochi che ce l’hanno fatta, cosa è che penso mi sia mancato, e perché penso questo di me stessa?

Penso questo quando guardo alle scelte che ho fatto,  e non tanto a quelle che mi hanno portato fino alla laurea  ma a quelle che sono venute dopo.

Ho deliberatamente deciso di non intraprendere la carriera accademica né quella del libero professionista ma, guarda caso, ho preferito un ruolo dipendente come quello di mia madre.

Probabilmente rispetto a quello che lei ha rivestito per più di quarant’anni il mio è un lavoro meglio pagato, di maggiore prestigio e, forse, di maggiore soddisfazione, ma comunque impiegatizio.

Un caso? Non lo so. Forse, inconsciamente, nell’immaginare me stessa ho copiato l’esempio che mi era stato dato. Un esempio positivo, intendiamoci, e che mi ha portato a fare un lavoro che amo e che mi gratifica.

Ma, mi domando, se avessi avuto un esempio negativo in famiglia come mi sarei comportata?

Sarebbe riuscito il contesto extra-familiare e, in primis, la scuola a mostrarmi che potevo percorrere strade diverse?

E, soprattutto, in caso di risposta negativa, se davvero le istituzioni non riescono a far sentire ai ragazzi che un’alternativa è sempre possibile, qual è il pericolo cui andiamo incontro come società?

La curva di Gatsby non mente, l’Italia che emerge dalle statistiche è una società immobile, ma che conseguenze ha questa staticità?

Barone e Mocetti mostrano che quando questo fenomeno accade le persone smettono di fidarsi del prossimo, perché quando l’ascensore sociale si blocca ci si convince che si può avanzare solo a spese di qualcun altro. I posti in prima fila sono tutti occupati e l’unica possibilità è avanzare a spallate, non rispettando le regole ma anzi infrangendole prima che a farlo sia qualcun altro.

Si verifica ciò che in gergo tecnico va sotto il nome di “Tragedy of the Commons”, ovvero quando i singoli cittandini abusano dei beni di tutti pensando di ottenerne un vantaggio personale ma in realtà non fanno altro che rendere tutti più poveri.

La sensazione che non ci siano opportunità scoraggia le persone e soprattutto i giovani dall’investire su sé stessi.  Ma è un cane che si morde la coda, perché proprio questo disinvestimento fa sì che l’ascensore non possa ripartire, generando ulteriore sfiducia in noi stessi e negli altri. La conseguenza, afferma Fubini, è che così facendo si rende “vulnerabile il sistema democratico”.

Allargando la visuale si vede come questo non sia un problema limitato all’Italia. Matthew Stewart in un articolo apparso a giugno su “The Atlantic” parla della nascita negli Stati Uniti di una moderna aristocrazia, che si considera classe media ma che in realtà possiede più ricchezza di tutto il resto della popolazione e che tramanda ai figli soldi e potere.

Il paese delle opportunità sembra essersi inceppato.

In “The Great Leveler” lo storico Walter Scheidel sostiene che in contesti simili la disuguaglianza si risolve unicamente con la violenza e le guerre. È uno scenario inquietante e Matthew Stewart si augura che non sia così e che si possa trovare una soluzione alternativa al problema.

Ovviamente le differenze fra la società statunitense e quella italiana non sono trascurabili, soprattutto per quanto riguarda la spesa per il Welfare.

Eppure se si guarda a una voce di spesa importante come quella per l’istruzione si vede come entrambi i paesi abbiano visto negli ultimi anni una progressiva ma inesorabile riduzione degli investimenti in tal senso.

In Europa l’Italia è fanalino di coda, avendo speso nel 2015 il 4% del Pil a fronte di una media del 4.9%. Peggio di noi solo Irlanda e Romania ( “Il Sole 24 ore, agosto 2017), mentre le nazioni più virtuose sono Danimarca e Svezia con il 7% e il 6,5% rispettivamente.

Matthew Stewart  scrive: “Oggi gli statunitensi devono capire che l’accesso alla sanità, l’opportunità di attingere alla conoscenza e la possibilità di vivere in un quartiere dignitoso non sono privilegi per quei pochi che hanno imparato a manipolare il sistema […] il cambiamento fondamentale dovrà arrivare da Washington […] chi ha spostato il potere dal lavoro al capitale può restituirlo[…] . è l’unico modo per aprire le comunità e riaffermare il carattere pubblico dell’istruzione” (Internazionale, n. 1263-anno 25).

Stewart scrive per gli Stati Uniti ma ritengo che possa e debba valere anche per noi.

È una transizione di cui abbiamo un gran bisogno, e a questo scopo ogni cittadino dovrà dare il suo contributo.

Fubini nel corso della sua ricerca ha condotto un test in collaborazione con un istituto professionale di Mondragone in provincia di Caserta, uno dei comuni con il più alto tasso di criminalità del nostro paese. Ha sottoposto loro domande semplici, come quanto si fidano degli altri o se si ritenessero più o meno intelligenti o forti della media dei loro coetanei. Ha ripetuto il test due volte, la seconda volta dopo aver portato a parlare in classe persone del resto della comunità con qualcosa da raccontare su ciò che sono riusciti ad ottenere nella vita e come. Ha così dimostrato che gli studenti rispondono al potere delle esempio riuscendo a dare loro una nuova prospettiva su sé stessi.

A tale proposito mi viene in mente un progetto a cui partecipai qualche anno fa’.

Il tema era la differenza di genere ed era promosso dal comune di Firenze nell’ambito del programma “Le chiavi della città” in collaborazione con la Fondazione Bellisario, di cui faccio parte.  Trascorsi due mattinate in una seconda classe di una scuola media per raccontare la mia storia di donna Ingegnere e stimolare i ragazzi a riflettere su come la società e la famiglia influenzino le nostre scelte unicamente sulla base di un cromosoma di differenza.

Fu una bella esperienza, purtroppo non ripetuta.

A volte mi domando se a distanza di qualche anno è rimasta traccia nei ragazzi di quella esperienza e se qualcuno di loro, specialmente fra le ragazze, ha maturato l’idea di intraprendere una strada diversa da quella che magari inconsciamente aveva sempre pensato di dover percorrere.  Sarebbe bello scoprire che è davvero stato così.

In una società patrimoniale come la nostra i genitori optano per l’acquisto di case per la prole, incoraggiando di fatto una mentalità di rendita.

Se invece l’investimento venisse fatto sull’istruzione forse i figli riuscirebbero da soli a produrre nuova ricchezza.

Non ho mai conosciuto mio nonno, ma talvolta penso a lui e a quello che riuscì a costruire nella sua breve vita.

Quando mio nonno morì, a nemmeno cinquantasei anni, lasciò in eredità a ciascuno dei suo tre figli un appartamento in cui vivere.

Per ciascuno di loro è stato un immenso regalo e un solido punto di partenza.

Ma il regalo più grande è stato farli studiare, mostrare loro che è possibile crescere con il proprio lavoro e avere sempre rispetto per chi ha conoscenza in ambiti diversi dal nostro, perché è ciò che poi loro hanno trasmesso a loro volta ai proprio figli.

E sono cose che, purtroppo, vedo sempre meno spesso intorno  a me.

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