
Nel settembre del 2017 mi sono sposata per la seconda volta.
“Che ne dici se chiamo il comune per fissare le pubblicazioni?”
Un breve messaggio whatsapp con cui chiedevo al mio compagno se se la sentiva di diventare mio marito.
“Ok”, è stata la sua ancor più laconica risposta.
Ma non c’era bisogno di dirsi molto di più, avevo dato voce in maniera semplice e diretta a un desiderio di entrambi, e semplice, quasi sbrigativa è stata l’organizzazione del matrimonio. Pochi invitati, quelli più stretti, una cerimonia in comune in una fresca mattina di un giorno feriale e poi a pranzo in un ristorante del centro a pochi passi da Palazzo Vecchio. Volevamo unicamente sposarci, e le nostre aspettative furono perfettamente soddisfatte. Probabilmente perché, come dice Barry Schwartz nel suo saggio “The paradox of choice”, avevamo low expectations.
Nel suo libro il professor Schwartz si pone una domanda apparentemente banale: siamo sicuri che, dato che un livello ragionevole di scelta è una buona cosa, incrementare a dismisura le opzioni a nostra disposizione porti ad un miglioramento della nostra vita? Non è piuttosto che, come argomenta Schwartz, the more is less?
Per poter rispondere a questa domanda Schwartz analizza in maniera chiara e sistematica il processo mentale ed emotivo che accompagna le nostre scelte, le conseguenze che hanno su di noi e sulla nostra autostima e come imparare a gestire questo aspetto della nostra quotidianità.
Nella sua analisi Schwartz prende a modello l’americano medio, ma ritengo che il nostro stile di vita differisca ormai poco da quello di un cittadino statunitense. Il numero di scelte che dobbiamo fronteggiare ogni giorno è esploso negli ultimi anni. Sebbene in Italia per il momento non si sia tenuti a scegliere il tipo di copertura sanitaria o di piano pensionistico, è pur vero che con le liberalizzazioni degli scorsi decenni il cittadino si trovi oggi a dover scegliere autonomamente i fornitori delle utenze, quello dei servizi telefonici, quello dello streaming tv, il piano di mutuo e conto corrente bancario, i fondi di investimento e così via.
Per non parlare, nel caso si abbia dei figli, delle scelte da fare in loro vece: scuola pubblica o privata? E quale scuola? Corso di inglese o spagnolo? E violino o pianoforte?
Oltre a questo, allargando l’orizzonte a scelte di più ampia portata, rispetto ai nostri nonni ci troviamo di fronte a decisioni che loro nella maggior parte dei casi neppure si sognavano di prendere.
La scelta di quale mestiere svolgere, della persona da amare, della fede religiosa a cui aderire, la scelta del proprio aspetto e, in ultima battuta, la scelta di quale persona voler essere.
Rispetto a tre generazioni fa veniamo cresciuti nella convinzione che ciascuna di queste scelte sia possibile nonché naturale e che, soprattutto, dipenda unicamente da noi farlo correttamente.
Inutile dirlo, il fardello di un eventuale fallimento cade sulle nostre spalle. Non sulla società, non sulla famiglia, solo su di noi.
Nel saggio di Schwartz un trafiletto viene dedicato alla “scelta della bellezza”. Può sembrare un argomento frivolo ma ritengo che non lo sia affatto.
Nel 2014 più di 15 milioni di interventi di chirurgia estetica sono stati fatti negli States. È un numero impressionante e in Italia non siamo da meno. Secondo l’IPSAS nello stesso periodo nel nostro paese si è superato il milione di interventi. La cosa più sorprendente è che la chirurgia plastica sia diventata negli ultimi anni una consuetudine nell’ottica del self-improvement.
Messo sotto questi termini il nostro aspetto diventa l’ennesima scelta di cui siamo responsabili.
Una libertà in più che può portare sia gioia che frustrazione.
Sono passati 20 anni dall’uscita del film “Todo sobre mi madre” di Pedro Almodovar in cui una strepitosa Antonia San Juan interpretava Agrado, un transessuale barcelloneta.
Verso la fine del film Agrado tiene un monologo, ed è fulminante. Dopo avere elencato le cifre esorbitanti spese per diventare donna , Agrado, di fronte ad un teatro gremito, conclude sospirando che “costa molto essere autentica, signora mia…e in questo non bisogna essere tirchie perché una è più autentica quanto più somiglia all’idea che ha sognato di sé stessa.”
Mi piace pensare che con la parola “tirchia” non si riferisca unicamente ai soldi, ma anche a tutta la fatica e le energie spese per far combaciare il suo aspetto esteriore con quello interiore.
E se, mi domando io, dopo tanto tribolare Agrado si fosse ancora sentita lontana dal raggiungere il risultato sperato? O se invece le sue aspettative fossero state così idealizzate da diventare irraggiungibili? Nel film Agrado sembra essere una donna a modo suo soddisfatta.
Forse perché, come dice Barry Schwartz nel suo libro, lei appartiene alla categoria dei satisficers, ovvero coloro che si accontentano, e non dei maximizers (massimizzatore). Se vi state domandando a quale categoria appartenete, al seguente link trovate un utile test https://www.psychologistworld.com/cognitive/maximizer-satisficer-decision-making-quiz.
In linea generale, un maximizer è una persona che cerca sempre il meglio e non si accontenta di niente di meno, mentre un satisficer è colui che definisce degli standard per l’abbastanza buono e di quello si accontenta, senza preoccuparsi se là fuori nel mondo può esistere qualcosa di meglio.
Ovviamente
nessuno è un massimizzatore assoluto, siamo tutti costretti a
scendere a un compromesso, altrimenti ogni nostra
scelta richiederebbe risorse
o tempo illimitati, ma il punto è che un maximizer
dentro di sé aspira a raggiungere quel risultato. E quando viene
costretto ad accontentarsi precipita in uno stato di apprensione per
tutto ciò che si è perso.
Agli occhi di un maximizer,
un satisficer passa
per uno che si accontenta della mediocrità, ma non è così. Il
satisficer è
soddisfatto con ciò che, secondo i suoi personalissimi
parametri, è eccellente,
senza preoccuparsi del meglio assoluto.
Ed in una società come la nostra che ci investe con una quantità soverchiante di scelte essere un maximizer può fare di noi delle persone perennemente insoddisfatte.
E quindi, verrebbe da dire, qual è la soluzione? Non avere scelte?
Ovviamente no.
Una società senza libertà di scelta è una realtà distopica in cui all’individuo viene negata ogni possibilità di realizzarsi secondo le proprie inclinazioni e desideri.
Una realtà come quella descritta da Margaret Atwood nel “Racconto dell’Ancella”, in cui una teocrazia totalitaria ha sottomesso le donne per asservire il corpo femminile e le sue funzioni riproduttive ai propri scopi.
La particolarità del romanzo è che la Atwood non ha messo in scena eventi del tutto irreali o frutto unicamente di fantasia, ma una serie di comportamenti sociali già avvenuti in altre epoche e paesi.
Nel romanzo l’educazione delle ancelle, meri corpi consacrati alla riproduzione, viene affidata a donne ormai anziane, e quindi inutilizzabili, chiamate zie.
Ed è proprio una di queste a parlare alle sue ancelle di libertà.
“Esiste più di un genere di libertà, diceva zia Lydia. La libertà “di” e la libertà “da”. Nei tempi dell’anarchia c’era la libertà “di”. Adesso vi viene data la libertà “da”. Non sottovalutatela”.
La libertà dal dovere scegliere chi essere, perché già tutto deciso, dal dover decidere se avere o meno figli, perché obbligate a farlo, la libertà dal dover lavorare , perché mantenute dallo stato purché asservite ad esso.
Sinceramente non credo sia questa la soluzione, né lo crede tantomeno il professor Schwartz.
La sua idea è piuttosto che sia necessario tornare ad una ecologia della scelta e, sopratutto, ad essere selettivi nell’esercitare il nostro potere di scelta: dobbiamo decidere individualmente quali sono le scelte importanti e focalizzare la nostra energia su queste.
La decisione di quando essere un soggetto che sceglie è la scelta più importante che dobbiamo prendere.
Un modo semplice per alleggerirsi dal fardello di troppe scelte, consiglia Schwartz, non è altro che un metodo dettato dal buon senso: dotiamoci di regole più o meno stringenti.
In un mondo che ci incita a vivere senza regole può sembrare controcorrente, ma è un ottimo modo per semplificarci l’esistenza.
Alcune regole possono essere come i default settings del nostro computer, che operano in background senza che ce ne accorgiamo, altre possono essere invece degli standard, che ci permettono di dividere le opzioni in due categorie chiare: cosa risponde agli standard e cosa no. E poi infine delle regole stringenti di condotta vere e proprie e inderogabili, come ad esempio il principio di non mentire al partner o non usare punizioni fisiche sui propri figli, anche quando sono sul punto di farci uscire di senno.
Così facendo si elimina una buona fetta di scelte e si può dedicare il tempo risparmiato a ciò che è realmente importante per noi.
La libertà di, per chiamarla con le parole di zia Lydia, ha infatti un grandissimo valore espressivo, perchè è ciò che ci permette di dire al mondo chi siamo e a cosa teniamo.
“Every choice we make is our testament to our autonomy, to our sense of self-detemination”* continua Schwartz nel suo saggio, e non potrei essere più d’accordo.
Ma è anche vero che ogni scelta comporta tutto un mondo di opportunità che si chiude, e ciascuna di queste opportunità perse presenta un costo emotivo.
Una volta fatta la nostra scelta, tutte le altre opzioni non saranno più possibili e ciò inevitabilmente diminuisce il piacere che ricaviamo da quell’unica che realizziamo.
Maggiore è la percezione del costo delle opportunità perse, minore sarà la soddisfazione per la scelta fatta e maggiore il rimorso per tutte quelle non realizzate.
Oltre a questo, l’esistenza di così tante, troppe alternative fa sì che spesso la nostra mente costruisca un’alternativa che non esiste affatto, e questo è particolarmente vero nel caso di un maximizer, che non si accontenta di nulla di meno del meglio assoluto.
Qualche anno fa una mia vecchia zia guardava una puntata del Maurizio Costanzo Show. Una nota soubrette dissertava delle qualità che avrebbe dovuto avere un uomo per conquistarla.
“Alto, un bel fisico, ma senza andare in palestra, il suo tempo lo deve dedicare a me. Un uomo forte, ma anche sensibile, affettuoso ma deciso, concentrato sulla sua carriera e anche attento alla mia, dedito alla famiglia e ai figli ma sempre pronto a divertirsi. E poi preciso, ordinato, ma anche creativo, estroso e un po’ pazzo. Ah, e poi mi deve viziare in cucina, adoro la buona cucina a lume di candela!”
Mia zia scosse il capo, “Tranquilla cara, che tanto fai la dieta”.
Forse l’uomo ideale della showgirl esisteva solo nella sua immaginazione ed era alla ricerca di qualcosa che nella realtà non c’è. Le sue aspettative erano destinate ad essere disattese.
E se invece poi lo avesse trovato?
Beh, allora saremmo state noi a rosicare di invidia. Perché l’invidia va di pari passo con l’insoddisfazione per le proprie scelte.
Non solo ogni volta che facciamo una scelta incappiamo nel cosiddetto “opportunity cost”, ovvero il costo psicologico per tutte le opportunità perse, ma oltre a questo il numero di opportunità mancate cresce ogni giorno man mano che ci sporgiamo sempre di più per sbirciare nell’orto del vicino e vedere a chi è andata meglio.
Come è noto, ogni esperienza umana non viene valutata in termini assoluti, ma sempre in confronto a qualcos’altro. E se in passato il confronto avveniva sul posto di lavoro, nella propria ristretta cerchia di amici e familiari, nel proprio “stagno”, adesso televisione e social network hanno esteso il termine di paragone al mondo intero.
Come dice Schwartz, al giorno d’oggi siamo tutti immersi in una pozza globale in cui vorremmo poter vivere la vita di chiunque altro.
E ci sarà sempre qualcuno da invidiare. E anche qualcuno da compiangere. E se nel primo caso si parla di upward comparison, nel secondo caso di downward comparison. Il primo porta con sé gelosia, frustrazione e ostilità, il secondo, brutto a dirsi ma, ahimé, vero, porta spesso un incremento nell’autostima e nel buonumore.
Ma non dovrebbe essere così.
Non dovremmo valutare costantemente noi stessi in confronto alla posizione sociale altrui, perché sul lungo periodo ci porta infelicità.
Dovremmo cercare, suggerisce Schwartz, di passare oltre, non rimuginarci sopra, rimanere ancorati ai propri standard interiori e non a quelli esterni, essere anche in questo e una volta di più un satisficer piuttosto che un maximizer.
Saremmo più felici, soffriremmo meno del confronto sociale e potremmo concentrarci su ciò che è veramente importante, in un circolo virtuoso che si autoalimenta.
Abbandoniamo aspettative irrealistiche, cerchiamo di avere, per così dire, “low expectations” e apprezziamo ciò che riusciamo ad ottenere.
Aspettative realistiche porteranno a desiderare qualcosa che è effettivamente realizzabile, aumentando la nostra autostima e portandoci a fare meno scontri frontali con fallimenti disastrosi.
Non dico di non cercare di migliorarsi e spronarsi a fare sempre qualcosina in più, ma il passo deve essere proporzionato alla gamba, altrimenti la caduta diventa troppo probabile e dolorosa.
E in questi casi il principale rischio, secondo Schwartz, è di diventare costantemente insoddisfatti, infelici, frustrati nelle proprie ambizioni, sempre più convinti di non avere alcun controllo sul proprio destino e di scivolare a poco a poco nella depressione, con costi personali e sociali altissimi.
Condivido l’analisi di Schwartz, ma vedo anche un altro rischio.
Il pericolo che scorgo è che piano piano nella società si sviluppi una avversione alla libertà di scelta, propria e, soprattutto, degli altri.
L’avere fallito delle scelte importanti porta con sé un tale carico di dolore da far desiderare di non avere mai preso quelle scelte.
Conosco donne che hanno abortito e che ora si battono per rendere illegale l’interruzione volontaria di gravidanza. Non riuscendo a sopportare il peso del rimorso vorrebbero a posteriori che la società gli avesse impedito di commettere quell’errore, negando ad altre donne la possibilità di scegliere, dando per scontato che siccome per loro è stato uno sbaglio allora lo è per tutte.
Dato che scegliere è doloroso rinunciano alla libertà di scelta. E vorrebbero che a rinunciare fossimo tutti, perché quando convinco il prossimo della mia posizione metto a tacere il dubbio latente che quella posizione possa essere sbagliata. Tanto più sono insicuro e fragile, tanto più sarò intransigente nelle mie posizioni.
Spero sia una mia paura, ma l’avversione che avverto da un po’ di tempo a questa parte nei confronti di tante libertà faticosamente conquistate penso che nasca anche da questo disagio. Una preoccupante concausa fra tante altre.
Scegliere è difficile, è importante imparare a farlo fin da piccoli, coltivando il pensiero critico ed esercitandolo sulle cose veramente importanti.
Una delle decisioni più difficili della mia vita è stata quella di separarmi dal mio primo marito.
Una scelta dolorosa e sofferta, presa senza avere alcuna garanzia che sarebbe stata la scelta giusta.
Ora, a distanza di anni, posso dire che non è stata sbagliata.
In molti mi hanno chiesto: “Perché ti sei sposata, allora?”.
Per tanti motivi, tutti validi in quel momento. E perché sbagliare fa parte del nostro essere umani.
Una volta presa la decisione di separarmi, non ci ho rimuginato. Il fardello del fallimento del mio matrimonio c’era, ma la mia autostima ha retto il colpo e giorno dopo giorno ho cercato di concentrarmi sui tanti aspetti della mia vita che mi regalavano serenità.
Ho un’amica, divorziata come me e con una figlia avuta dall’attuale compagno, che talvolta mi chiede con che coraggio io mi sia sposata una seconda volta.
Io scherzando le rispondo che il coraggio lo ha avuto il mio secondo marito.
Ma non è vero. Il coraggio è di entrambi, di tutti quelli che ogni giorno fanno scelte difficili e si preparano ad affrontare il peso di un eventuale, possibile fallimento.
Impariamo a scegliere, facciamolo poco e bene, diamoci degli standard realizzabili e accontentiamoci una volta che l’opzione scelta li rispetta, guardiamo il meno possibile a cosa fanno gli altri ma volgiamo lo sguardo su ciò che facciamo noi.
E, se anche così facendo, la scelta una volta fatta dovesse rivelarsi sbagliata, facciamocene una ragione e andiamo oltre.
In fondo, The show must go on!