
“Pronto?” – silenzio, qualche rumore di sottofondo. “Pronto?”- ancora silenzio, poi un colpo di tosse.
“è il dipartimento di ingegneria industriale, il gruppo del professor …?” mi viene domandato con tono esitante.
“Sì” rispondo decisa ”con chi desidera parlare?”, altro breve scambio di battute e porgo il cordless alla persona richiesta.
La fisso, vedo il suo sguardo mutare, poi aprirsi in un mezzo sorriso ironico: “Lavora con noi, sì, è la nuova dottoranda, ha iniziato da un mese. Non avevi sbagliato numero, è in questa stanza da poco”.
Ecco cosa significava essere la prima dottoranda donna nel mio gruppo di ricerca. Così insolito da lasciare senza parole uno dei nostri partner di ricerca di più lunga data, responsabile di uno dei settori R&D di un grosso gruppo industriale italiano. Poca cosa, direte voi, un breve e lieve imbarazzo risolto con un rapido sorriso. Certo, rispondo io. In tre anni di dottorato non è più capitato, e con chiunque abbia poi collaborato in seguito si è sempre instaurato un ottimo rapporto di lavoro che andava al di là di qualunque questione di genere. Ero brava, mi dicevano, e tanto bastava. E però quella telefonata non me la sono scordata.
Passa qualche mese ed arriva un’altra telefonata. Questa volta cercano proprio me, vengo chiamata su segnalazione di Alma Laurea: è la responsabile della fondazione Bellisario, cerca giovani laureate in ingegneria Energetica e Nucleare per la sezione Neolaureate del premio che si tiene ogni anno quasi trent’anni. Manca poco alla scadenza e sono pervenute pochissime domande. “Vorrebbe partecipare?”, mi chiede. “Certo” rispondo. Mando curriculum e tesi di laurea in tutta fretta e, incredibilmente, vinco. Per merito, sicuramente, ma forse, mi dico, anche per scarsa concorrenza. Quell’anno in Italia ad esserci laureate in quell’indirizzo siamo poco più di cinquanta.
Passano gli anni, conseguo il dottorato e inizio a lavorare per una grossa azienda metalmeccanica. E conto le donne nel mio reparto: siamo quattro su quaranta. Il mio capo si rallegra di essere riuscito ad assumermi: “è dura trovare donne laureate in ingegneria, le risorse umane faticano a scovarle nonostante ci sia l’imperativo di aumentare anche qui la parità di genere”. Un po’ mi sento una specie protetta, ma poi decido di soprassedere.
Passano altri anni, arriva una figlia ed ecco che, a distanza di quasi due anni, un altro bambino è in arrivo. Al quarto mese, all’ecografica di controllo, la ginecologa mi chiede se voglio conoscere il sesso. Certo che voglio. È un’altra femmina.
Un collega scherzando mi domanda se continuerò a fare figli fino a che non arriva il maschio. Io, seria, rispondo di no.
Due figlie femmine ed io che mi domando che traccia lascerò in loro, come madre, come donna e come ingegnere. Sì, anche come ingegnere, perché è una parte ormai importante di me cui ho dedicato gli ultimi quindici anni della mia vita. Desidero che le mie figlie seguano la mia strada? No, o almeno non necessariamente. Desidero che sembri loro una scelta naturale e spontanea se davvero si confacesse alla loro natura: sì, lo desidero. Cosa mi fa temere che possa non essere così? Perché mi guardo intorno e mi pare che le cose non siano cambiate così tanto dalla realtà descritta da Elena Gianini Belotti nel suo “Dalla parte delle bambine” (1973) e che soprattutto non sia ancora arrivato il cambiamento da lei auspicato, ovvero “ di non formare le bambine a immagine e somiglianza dei maschi, ma di restituire ad ogni individuo che nasce la possibilità di svilupparsi nel modo che gli è più congeniale, indipendentemente dal sesso cui appartiene”.
Nel 2016 l’Eurostat ha diffuso un rapporto sui cinque milioni di cittadini comunitari che si sono laureati nel 2014. Tre ingegneri su quattro sono uomini, l’ottanta per cento dei laureati in pedagogia è di sesso femminile.
E in effetti in tutti gli asili nido che ho visitato il personale era esclusivamente femminile, gli uomini completamente assenti. “Le donne sono più portate naturalmente alla cura dei bambini”, mi viene risposto solitamente. Sicuramente questo è quello che le mie figlie penseranno crescendo, vedendo che solo le donne si prendono cura di loro, e metabolizzeranno l’idea che sia un mestiere da femmine. Eppure, mi dico, il loro padre è bravissimo a occuparsi di loro, così come moltissimi altri padri che conosco. Evidentemente è la paternità a cambiarli, eppure non credo che per insegnare in un asilo si debba necessariamente essere madri. Ma d’altronde io sono un ingegnere e non ho voce in capitolo. Mi dico che le cose cambieranno alle scuole elementari e medie, ma anche lì l’insegnamento è quasi completamente in mano alle donne. Nel 2016/2017 nella scuola primaria solo il 3,6% del personale docente è uomo, mentre in quella di primo grado si sale al 21,9%. Va un po’ meglio con quella di secondo grado, il 34,2%, ma ormai, mi dico, il danno è fatto. Le mie figlie penseranno che insegnare è un mestiere da donna. Perché dico danno? Non perché abbia nulla contro il mestiere di insegnante, che trovo anzi uno dei più nobili che un individuo possa svolgere nella nostra società, ma perché non vorrei mai che venisse scelto unicamente per una questione di genere.
Ma ci sono io, mi ripeto, il mio esempio di donna ingegnere e che lavora mostrerà loro che non devono necessariamente scegliere una facoltà umanistica solo perché sono femmine. Vedranno che amo il mio lavoro, che mi da soddisfazioni e che mi fa sentire realizzata in tutto quel mondo che esiste al di fuori di una casa che amo comunque moltissimo. E che, soprattutto, mi da quell’autonomia che mi ha permesso in tante occasioni di essere veramente libera nelle mie scelte. Perché, come dice Chimamanda Ngozi Adichie in “Cara Ijeawele.Quindici consigli per crescere una bambina femminista” (2017), fai capire a tua figlia che ami il tuo lavoro, e, se proprio non lo ami, amalo per quello che ti da: la tua indipendenza economica.
Perché, sebbene anche il mestiere di ingegnere abbia subito una notevole svalutazione nel corso degli anni, è pur sempre vero che a cinque anni dal conseguimento della laurea i laureati magistrali in ingegneria hanno il reddito medio più alto di tutti e uno dei tassi di disoccupazione più bassi (94% di occupati) [ XVIII Rapporto Almalaurea].
E allora perché abbiamo così tante donne laureate in discipline a più basso tasso di occupazione? Perché in Italia il tasso di occupazione delle donne fra i 15 e i 64 anni è del 49,1%, tra i peggiori dell’Unione con un divario di 13,2 punti rispetto alla media europea? Perché le donne, che pure per tutta la carriera scolastica hanno avuto voti migliori dei colleghi maschi, scelgono facoltà che difficilmente le aiuteranno ad realizzarsi lavorativamente? È davvero la loro vocazione che le relega in certi ambiti o crescono fin da piccole pensando che certe discipline non siano per loro?
Penso a me stessa, a cosa mi ha portato a diventare ingegnere, e credo che alla fine dei conti sia stato l’essere rimasta orfana di padre in tenera età e avere visto mia madre dover provvedere a sé e a me in completa autonomia. Volevo trovare un mestiere che permettesse anche a me di cavarmela (quasi) sempre e comunque. È necessario un passato da libro Cuore per scegliere oggi in Italia di diventare una donna ingegnere? Grazie a dio no, e se mi confronto con le mie colleghe vedo che ognuna ha seguito un percorso diverso. Per tutte però è stata una scelta di rottura, un qualcosa spesso di inaspettato, un apparente cambio di rotta. C’è chi lo ha fatto per non ridursi come sua madre, casalinga insoddisfatta e frustrata, chi perché ha seguito l’amore del liceo che dopo poco la avrebbe mollata fra i libri di analisi matematica, chi ancora perché la realtà del paese gli andava stretta e voleva un lavoro che la avrebbe portata in un mondo più vasto.
Devo ammettere che poche fra queste hanno ammesso di averlo scelto per assecondare una loro inclinazione, anche perché forse fino a quel momento non erano mai state stimolate a appassionarsi alle STEM (Science, Technology, Engineering, Mathematics) tranne poi scoprire, come nel mio caso, una vera passione per queste materie. E le donne del futuro come saranno? Che tracce lasceremo in loro? Come saranno le mie figlie? Potranno dire di avere scelto liberamente la loro professione? Mi auguro di sì, ma c’è ancora molto da fare.
E noi, come professionisti e genitori dovremmo cercare di essere di esempio per le ragazze tanto quanto per i ragazzi, lasciando che le bambine si appassionino alle materie scientifiche, raccontando loro la nostra giornata lavorativa, lasciandole libere di avvicinarsi ai giochi che più le coinvolgono, siano queste costruzioni, bambole o videogiochi. E facciamo la stessa cosa anche con i bambini, perché anche loro, in fondo, subiscono una discriminazione di genere ogni volta che gli viene detto che giocare con un bambolotto non è cosa da maschi. Così forse riusciranno a seguire la loro strada, che sia quella di maestro, come lo fu mio nonno sessantant’anni fa’, o di ingegnere, come lo sono io oggi.
Nell’aprile del 2016 l’Unione Europea ha lanciato #EuFactor, una campagna rivolta ai giovani tra i 16 e i 19 anni per invitarli ad iscriversi alle facoltà STEM, e non a caso: le previsioni dicono che da qui al 2025 ci saranno 2,3 milioni di posti di lavoro vacanti per laureati in queste discipline. E in tutto questo noi vogliamo perderci il brillante contributo delle menti delle nostre figlie? Speriamo di non fare questo errore e di lasciare delle buone tracce al nostro passaggio.
È primavera, tempo di rinascita, buona semina a tutti.