Romanzi

La canzone più bella – (prima edizione marzo 2020)

L’attesa – ( prima edizione ottobre 2019)

La canzone più bella – disponibile online e in libreria
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Prologo

Entrare in quella casa vuota le dava ancora un brivido. Che poi vuota non era. Era ingombra di oggetti, gli armadi raccoglievano i corredi delle tre generazioni che l’avevano preceduta e lo stesso poteva dirsi delle credenze e delle madie. Ma la casa era vuota, ormai priva della presenza di sua madre. Ancora non riusciva a capacitarsi che l’avesse lasciata. Ma era la dura realtà e andava accettata, sua madre non si sarebbe aspettata niente di diverso da lei. Erano donne forti, e un lutto, per quanto doloroso, non le avrebbe fermate.

E ora lì, sola, si aggirava fra le stanze dove tutto era immobile, le sembrava che persino la polvere avesse smesso il suo moto vorticoso nell’aria. Si sentiva la bocca asciutta, riarsa dalla sete, così come gli occhi, che ancora non avevano trovato il conforto delle lacrime. Il suo respiro era accompagnato dal ticchettio dell’orologio, che la fissava impertinente nella parete di cucina di fronte a lei. Non si era ancora reso conto che il suo lavoro non serviva più a nessuno. Ai suoi piedi scatoloni di cartone recuperati al vicino supermarket attendevano di essere riempiti. Era passato più di un mese dal funerale. Dopo i primi giorni di stordimento e incredulità, Olimpia aveva ripreso in mano le fila della sua vita e fatto una lista accurata di tutto quello che doveva fare. Forse era stata troppo frettolosa a disdire il contratto di affitto dell’appartamento materno e ora aveva un mese e mezzo scarso per liberarlo. Il caso aveva voluto che si fosse trasferita nella sua nuova casa pochi mesi prima della scomparsa della madre, e quindi aveva lo spazio necessario per trasferirvi tutta la sua eredità, o quantomeno quello che avrebbe deciso di tenere. Di sicuro si sarebbe portata via la vetrina di fine Ottocento della bisnonna sua omonima, così come il tavolo con ripiano in marmo su cui ora tamburellava le dita. E poi c’era la libreria stipata di tutti i suoi volumi. Era l’unica cosa il cui trasloco la impensieriva, le ci sarebbe voluta una eternità e non disponeva di molto tempo. Lo sguardo si posò sul ripiano accanto al lavabo, uno strofinaccio mezzo sporco pendeva lungo lo sportello per poi finire dentro l’acquaio. Era dove lo aveva lasciato sua madre l’ultima volta, non aveva previsto che quella sera non sarebbe stata seduta alla sua tavola ma in una corsia di ospedale, sola e spaventata. Olimpia non riusciva a perdonarsi che sua madre fosse morta senza nessuno accanto. Quando l’aveva accompagnata al pronto soccorso i medici le avevano assicurato che non c’era di che preoccuparsi e che quindi poteva andare a casa. E lei si era fidata. Era stanca, anche quel giorno dopo il lavoro stava sistemando il caos generato dal trasloco nel suo nuovo appartamento e, quando sul display del cellulare era apparsa la chiamata della madre, ne era rimasta seccata. Appena saputo del malore si era precipitata da lei; nonostante minimizzasse sui sintomi, Olimpia aveva intuito che qualcosa non andava. E così l’aveva caricata in auto e portata al pronto soccorso. Alle undici, quando le avevano consigliato di andare a dormire dicendole che la situazione era sotto controllo, aveva voluto credere ai dottori. Era sprofondata in un sonno agitato popolato da incubi in cui correva disperatamente su per delle scale che crollavano sotto i suoi passi.

Era stata svegliata dal trillo del telefono. Una voce fredda le diceva di recarsi in ospedale. Purtroppo nel corso della notte la madre aveva avuto un secondo infarto, questa volta fatale. Avevano fatto il possibile per rianimarla ma se n’era andata alle cinque e trenta del mattino. Condoglianze.

Una volta chiusa la comunicazione, Olimpia era rimasta immobile seduta sul bordo del letto. Come un secondo infarto? Ma se la sera precedente nessuno aveva parlato di infarto? Sua madre accusava dolori al petto e alla pancia, ma i dottori avevano escluso che si trattasse di un attacco di cuore. Olimpia era arrabbiata, furiosamente arrabbiata, in collera con i medici, con gli infermieri, con sua madre che aveva sminuito i suoi dolori e aspettato troppo tempo prima di chiamarla. Ma soprattutto era furiosa con se stessa per averla lasciata sola. Avrebbe dovuto restare con lei, guardarla negli occhi, tenerle la mano, semplicemente esserci. E invece era a casa sua, nel suo letto, mentre sua madre se ne andava circondata da estranei per cui lei non contava niente. Mentre per Olimpia era stata tutto. Aveva avuto solo lei, e ora non c’era più.

Un pallido raggio di sole si infilò fra le tende della finestra e le colpì il volto. Olimpia si alzò, prese lo strofinaccio, lo piegò con calma e lo posò sul ripiano del tavolo. Doveva farsi forza e iniziare a sistemare. Per indole sceglieva sempre di partire da ciò che reputava più difficile e così si diresse con un po’ di scatoloni sotto braccio verso la libreria. A occhio c’erano almeno duemila volumi, le letture di tutta una vita. Non c’era alcun criterio nella loro collocazione. Non seguivano un ordine alfabetico, né di genere, né di origine dell’autore. Tutto era mescolato e totalmente casuale. Borges si appoggiava a Stevenson che a sua volta gravava sui sonetti di Shakespeare. Olimpia prese la scala, si arrampicò e constatò che la situazione era peggiore di quanto avesse previsto. Dietro la prima fila di volumi ve ne era una seconda, e, dove il ripiano della libreria lo consentiva, addirittura una terza. Era sempre stata cosciente di avere avuto in sorte come madre una lettrice voracissima, ma solo ora realizzava la portata delle sue letture. Aveva spaziato in diverse epoche e continenti rimanendo accoccolata nella poltrona del salotto dai braccioli consumati. In un primo momento, Olimpia aveva pensato di buttarla via quella poltrona, poi però si era ripromessa di tenerla e farla rifoderare, adesso aveva deciso che la voleva così com’era. Forse l’avrebbe messa in camera, oppure nello Studio, e chissà se avrebbe accompagnato le sue future letture. A differenza della madre, Olimpia non amava leggere. Considerava la lettura unicamente uno svago, qualcosa con cui staccare la spina dai pensieri della giornata. Sua madre la definiva una lettrice frivola e in effetti lo era. Prediligeva romanzi leggeri, storie d’amore il meno verosimili possibile, favole moderne con cui augurarsi la buonanotte. Non si sarebbe mai e poi mai imbarcata nella lettura dei tomi che invece piacevano tanto a sua madre, e quel poco che sapeva di letteratura consisteva di reminiscenze scolastiche e delle letture ad alta voce cui era stata sottoposta nella casa in cui si trovava adesso.

«I siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti: la loro vanità è più forte della loro miseria; ogni intromissione di esterni sia per origine sia anche, se si tratta di altri siciliani, per indipendenza di spirito, sconvolge il loro vaneggiare di raggiunta compiutezza, rischia di turbare la loro compiaciuta attesa del nulla».

Anche in quel momento, chiudendo gli occhi, Olimpia riusciva a sentire la voce di sua madre. Si domandò quanto tempo sarebbe passato prima di dimenticarla. Dopo la morte della nonna, il ricordo della sua voce si era dissolto nel giro di pochi anni e il giorno in cui era diventata una figura muta era stato come perderla una seconda volta. Di sua madre non conservava alcuna registrazione. Non un messaggio sulla segreteria telefonica, non una ripresa in un filmino di una festa di nozze.

Dopo che sua madre era andata in pensione, Olimpia, scioccamente preoccupata che potesse annoiarsi, le aveva proposto di prendere parte a un progetto di beneficienza. Avrebbe dovuto incidere degli audiolibri per persone non vedenti, principalmente testi scolastici, più difficilmente romanzi. La madre aveva annuito interessata alla proposta, ma poi non se n’era fatto nulla. Ora Olimpia rimpiangeva di non avere insistito di più. Le sarebbe andato bene anche un libro per le scuole medie o un testo giuridico. Ora le sarebbe andata bene qualunque cosa.

Un brivido le percorse la schiena. Sua nonna le avrebbe detto che le era passato vicino un angelo, ma erano anni ormai che non credeva a queste sciocchezze. Era solo il freddo di una casa vuota a metà novembre. Arrampicata sulla scala, dette un’altra occhiata ai libri, quindi scese e si diresse in camera in cerca di qualcosa da buttarsi sulle spalle. Aprì l’armadio e ne prese un vecchio cardigan, uno dei preferiti di sua madre. Fece per uscire ma una foto sul comò la trattenne. Sua madre trentenne la teneva in braccio con indosso lo stesso maglione.

Il magone che si portava dietro da un mese si sciolse in lacrime.

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12:17

La pazienza non ricadeva di certo tra le virtù di Costanza. O meglio, era paziente per cose che avrebbero fatto infuriare donne ben più mansuete di lei, ma la pazienza, quella che riesce a rimettere in pace un cuore agitato, ecco, quella non l’aveva.

In attesa nella sala di un consultorio di quartiere, spostava il peso ritmicamente da un lato all’altro, come a voler seguire la lancetta dell’orologio all’ingresso. La situazione sfiorava il ridicolo. A meno di due anni da quando si era sposata, di nascosto da un marito amoroso e desideroso di diventare presto padre, eccola lì, alle dodici e diciassette di un giovedì mattina in coda per avere una dannata prescrizione. Un piccolo foglio, con grafia poco leggibile, da ficcare lesto nel portafoglio e mostrare poi al farmacista strabico due incroci più avanti. “Le serve altro?”, “No, basta così, grazie”, ed in meno di trenta secondi le sue dita avrebbero afferrato una piccola scatola.

Ma prima ancora c’era da affrontare i commenti della ginecologa. Già si immaginava al momento della prescrizione il suo sguardo perplesso per la fede ancora luccicante. Le avrebbe pure dovuto spiegare come e quando prendere la pillola anticoncezionale. E quello sarebbe stato imbarazzante, perché, a trent’anni suonati non aveva alcuna idea di come funzionasse. Mai usata, aveva sempre lasciato l’onere delle precauzioni alla parte più interessata al rapporto. Oddio, non che a lei non piacesse, anzi, spesso si stupiva delle proprie disinibizioni, ma, tutto sommato, passati i sei mesi canonici dell’innamoramento il rapporto settimanale diventava routinario come il bacio al mattino o le coccole sul divano. E quindi era giusto che a preoccuparsi delle eventuali conseguenze fosse chi ancora lo faceva per autentica libido. Riusciva quasi a immaginarsi le parole della dottoressa: «Se mi posso permettere, perché non considera metodi alternativi di contraccezione? Se non sbaglio è sposata da poco, così impara quando sono i suoi giorni fertili e le sarà utile per quando cercherete un bambino». Ed il punto era proprio questo. Un bambino, una creatura vivente completamente dipendente da lei, da attaccarsi al seno, da accudire giorno e notte. Non era pronta per una cosa del genere.

«Numero diciassette!».

«Diciassette, quindi sta a me solo fra due. Ma che me l’ha dato a fare l’appuntamento alle dodici se poi come minimo mi farà stare qui seduta un’ora?».

Ciò che più inquietava Costanza lì nel consultorio era la pre- senza di donne incinte. C’era la srilankese con marito al fianco, sicuramente il primo figlio, c’era la ragazza bionda e un po’ isterica che al telefono rimproverava il malcapitato futuro padre di averla lasciata sola, e poi c’era la categoria che più di tutte la indisponeva: le donne radiose.

Neanche due giorni prima si era sorpresa a sentire il marito affermare, a cavallo tra lo stucchevole ed il mistico, che le donne incinte acquistavano una certa “luce”. Lei di sicuro una certa “luce” negli occhi l’avrebbe avuta, di sano e giustificato terrore.

Anche se, a dirla tutta, in questa assurda situazione si era in- filata da sola, aveva fatto tutto con le sue mani, ma, a guardarsi indietro, le sembrava di vedere i suoi polsi attaccati a dei fili, come una marionetta.

Trent’anni, tre decenni, tre corse ognuna su un cavallo diverso. Dei primi dieci, come è naturale, i ricordi iniziavano ad addensarsi verso i cinque anni, per poi diventare nitidi e palpabili con l’inizio della scuola e la scoperta della scrittura. Come molte bambine belle e figlie uniche aveva smodatamente goduto delle attenzioni del suo clan familiare e della relativa serenità che per un breve lasso di tempo abitò con loro.
Nei suoi ricordi è come se ad un certo momento fossero iniziate a comparire delle macchie, delle assenze strane, dei silenzi turbati. Non un litigio, non uno scoppio d’ira, ma la strisciante presenza di una disgrazia imminente.

A ripensarci ora poteva vedere la vecchia signora seduta al loro tavolo per tutti quegli anni mangiare alla sinistra di suo padre, allungare il braccio per mettersi comoda sul divano. A differenza di Costanza, la morte ha una pazienza sconfinata e gode nel vedere come le vite non vengano solo bruscamente spezzate da lei, ma anche a poco a poco sfilacciate.

Con un piccolo sforzo di immaginazione se la poteva vedere davanti, tutta vestita di nero e con la falce, scoprire una alla volta le carte di un solitario distese sul tavolo da fumo, accanto a lei intenta a disegnare i ricordi della gita al mare.

Piano piano, da discreta e silenziosa, la presenza della vecchia signora diventò chiara e manifesta a tutti, nessuno escluso. Stanca del sereno, aveva deciso di iniziare a divertirsi un po’ e dare uno scossone alle loro esistenze.

Ma una bambina dotata di fervida immaginazione può continuare a giocare per lungo tempo fianco a fianco con la morte. E così nei sogni ad occhi aperti, accanto ad immagini di castelli incantati e principi azzurri, si faceva largo una scena che mano a mano acquistava sempre più dettagli.

Una stanza, molte persone, sua madre che si avvicina, le tocca una spalla e in un sussurro le dice «Tuo padre ha fatto testamento».

Chissà come mai le parole “tuo padre è morto” non le faceva mai pronunciare nel suo film immaginario. Come se avessero qualcosa di troppo terribile e definitivo. E così, giorno dopo giorno, la scena immaginata si arricchiva di nuovi particolari, il volto di una zia fino a quel momento scartata, la fodera azzurra del divano di casa, il cane di pezza gialla compagno di tanti pianti. Era come se il suo immaginare e riimmaginare quel momento fosse diventato un gioco scaramantico, un trucco, una sequenza magica per scongiurare il suo verificarsi nella realtà. E, mano a ma- no che la situazione peggiorava e gli indizi di morte iniziavano a tappezzare tutte le stanze della sua vita, con ancora più ferrea de- terminazione ripeteva mentalmente le parole “tuo padre ha fatto testamento”. Solo anni dopo avrebbe associato a quel periodo gli sguardi pietosi e imbarazzati degli altri genitori all’uscita di scuola e le attenzioni materne delle maestre.

«Come sta il tuo babbo?».

«Un po’ meglio, grazie», rispondeva Costanza.

Solo poche ore dopo quel breve scambio di battute seduta al suo banco avrebbe visto con la coda dell’occhio sua nonna, fuori posto e fuori luogo, annuire tristemente di fronte alla sua insegnante.
Costanza non ricorda di avere fatto particolari domande lungo la strada di casa, forse per paura delle risposte, forse perché tanto le sapeva già.

E come poteva non conoscerle? Neanche la sera prima la avevano fatta entrare in camera sua, luci abbassate e un odore spiacevole. Per una qualche ragione strana, che ancora a distanza di anni non riusciva a spiegarsi, quel poco che rimaneva di suo padre era disteso nel suo letto di figlia unica. Lo zio, seduto in punta ad una seggiolina al capezzale del moribondo. Sua madre da qualche parte, ma non si sa bene dove. E poi un abbraccio scomodo, innaturale, un corpo ormai scheletro sotto le dita. Forse Costanza ricorda gli occhi di suo padre, ma non ne è sicura, non sa nemmeno se fossero velati di pianto, o se la morte si fosse già portata via anche quello.

Comunque tutto molto sbrigativo, a tratti formale. Tutti, in fondo, aspettavano che la vecchia signora concludesse il suo lavoro e li sollevasse da quella scomoda terra di mezzo. Meno di ventiquattro ore dopo, ecco la chiave di sua nonna girare nella toppa di casa, quaranta gradini, una seconda porta e di nuovo un odore spiacevole, quello del lutto.

«Tesoro, oggi il tuo babbo ha fatto un regalo alla tua mamma, è salito in cielo».
Eh no, non doveva andare così, prima doveva esserci il testamento, e poi doveva passare un po’ di tempo, e poi…
E poi basta, il suo trucco scaramantico aveva miseramente fallito e non le restava che piangere. Il gineceo di casa, mamma, nonna e zie, le si strinse a torno, mentre degli uomini nemmeno l’ombra, almeno per quanto ricorda. In fondo anche lo zio sulla seggiolina le era sembrato così piccolo e indifeso. Chissà, forse gli uomini non dando la vita si sentono inadeguati ad affrontare la morte.
Comunque, il suo primo decennio di vita si era chiuso così, con un funerale molto affollato e un sacerdote che, seppure avvezzo al requiem aeterna, era sinceramente commosso.

In ogni caso il morto non glielo fecero vedere, e nei successivi due decenni Costanza era riuscita a non trovarsi mai di fronte ad una bara aperta. Calcolava con perizia l’ora esatta a cui presentarsi alla cerimonia in modo da vederla già ben chiusa.

Infatti, nononostante il suo primo trucco scaramantico non avesse funzionato nella vita vera, quest’ultimo riusciva invece alla perfezione nell’ingannare il suo inconscio. In momenti diversi della sua vita, ma a cadenze piuttosto regolari, sognava di incontrare suo padre. La storia era sempre più o meno la stessa, lui se ne era andato perché stava molto male, doveva farsi curare, a volte era stato in Svizzera, altre in Francia, comunque lontano. In tutto questo sua madre era sempre stata al corrente, scegliendo deliberatamente di tenerla allo scuro. E la rabbia, una grande rabbia sopita e feroce, si riversava sulla malcapitata coprendola di improperi, unica responsabile di tutto il suo dolore. Alla rabbia seguiva una tristezza dolce e mortale, e pianti scroscianti.

Al risveglio ricordava ogni particolare ed era quasi rinfrancata dal dolore liberatorio in cui si era immersa. Magari, se si fosse trovata da bambina faccia a faccia con quel viso smunto, giallastro, ormai materia inerme, non avrebbe ingaggiato quelle lotte notturne.

E forse, pensava, avrebbe capito che il suo povero babbo era nulla più che un corpo morto pianto da una vedova troppo giovane, e ciò che era nato dentro di lei era il Dolore, forte, grosso, robusto, che deve essere masticato pian piano e inghiottito senza paura, fino a farsene scuotere nel profondo.

Ed invece nel suo caso quel boccone si era incastrato e non andava nè su nè giù.

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